Benedetta crisi

Ieri compiva sei mesi. Avrei voluto la giornata del mulino bianco, io coi riccioli setosi e un abito scollato, lei col vestitino verde bosco pulito, sorridenti e abbracciate. O al limite anche una delle nostre giornate mammifere tipo, anche un po’ zozze, ma avviluppate l’una all’altra, in comunicazione sincrona e perfetta.

Invece no, è una giornata di crisi. E perché è una giornata di crisi? Perché lei ha sei mesi, e cresce, e io ho sei mesi insieme a lei, e cresco.

La crisi è, precisamente, un giorno che arriva a cicli più o meno regolari ogni tot di giorni in cui, dopo la crisi precedente, ci sintonizziamo sempre meglio, comunichiamo sempre meglio, arriva la conquista di qualcosa -di solito competenze nuove sue e consapevolezze mie- tempi nuovi, indipendenze, passi.
Arriva l’idillio, una manciata di giorni in cui tutto è perfetto.

E poi ta-daa. La crisi.

La crisi è quando il modo che hai usato fino a quel momento scricchiola ma tu continui ad usarlo perché è quello noto e, per questo, il più facile da mettere in atto. La crisi viene apposta per farti scricchiolare quello che c’era prima e farti rifare tutto daccapo, o quantomeno fartici rimettere le mani.

Lei.

Sei mesi fa lei ha rifatto il Mondo daccapo. Ha cambiato tutto. Niente è come era. Alcune cose sono scomparse, altre sono venute. Quelle che c’erano sono diverse, alcune hanno cambiato di posto, altre sembrano perse, poi si ritrovano, ma uguali uguali non sono nemmeno più quelle ritrovate. Certe altre stanno lì, e non so più cosa farci, e non mi ricordo nemmeno più cosa ci facevo prima.

Lei è crisi.

Come si può immaginare di avere in casa e sempre appiccicata addosso una personcina che è Crisi allo stato brado, rivoluzione pura, e scampare La crisi? Dunque era per mantenere tutto così come era prima che uno fa un figlio? Era per conservare i miei tempi e i miei spazi esattamente come prima che ho Voluto che Natura facesse la sua volontà?

Ciclicamente arriva la crisi, e invece che festeggiare e basta, festeggiamo in crisi. Allora già che ci siamo, festeggiamo pure la crisi.

Sei mesi di vita nuova in cui abbiamo imparato ognuno da solo e poi a coppie e poi tutti e tre un sacco di cose nuove, tra cui a benedire questa crisi che ogni volta -zac- ci fa fare un saltino in avanti.

Baci e bacilli

Niente da fare. Siamo uno dei pochi paesi la cui lingua possiede termini per riferirsi al “colpo di freddo”, l’inesistente causa di tanti mali compresa l’influenza (con le varianti “freddata” che personalmente mi fa impazzire…”raffreddamento” o il sibillino “malanni di stagione”, a insinuare quasi che la responsabilità del male ineluttabile sia la stagione inverno e non la stagionalità della diffusione dei virus, magnifico).
Il colpo di freddo causa il raffreddore (e qualche volta pure la febbre, la tosse, il mal di gola e l’influenza) e questo dogma è sufficiente per sradicare ogni tentativo di trasmettere le regole base dell’igiene e della prevenzione. Così il raffreddore a mia figlia viene perché ha preso freddo e non perché qualcuno le ha passato il virus, magari servito in un inutile e invadente bacetto sulla manina.
Avrà preso freddo! sicuro! magari ieri a pranzo all’aperto a Novembre, madre snaturata che non sono altro: mettere a repentaglio così la salute della piccola! Infatti ieri là era pieno di bambini ricoperti di piume d’oca, cappelli di lana, guanti e coprigambe da passeggino che manco in Groenlandia a Natale. Loro si, figli di brave madri. C’erano pure 26 gradi. La mia deve per forza aver preso una freddata ieri. D’altra parte, ieri freddata, oggi raffreddore. Chiaro.

Troppo scientifica per essere vera -sarà di certo un complotto delle case farmaceutiche- la versione per cui il virus si trasmette per contatto con liquidi infetti. Tradotto: toccate cose e persone con le mani o il viso sporchi di moccio oppure respirate o parlate troppo vicino (o nelle migliori occasioni tutte queste cose assieme) e il virus si trasmette.
Vi guardate bene dal fare attenzione a non avvicinarvi troppo, magari almeno a categorie particolari tipo bambini piccoli. Vi guardate bene dall’imparare a starnutire o tossire con le mani protette (da un fazzoletto mica da una tuta anti ebola) oppure nell’incavo del gomito invece che sulla mano oppure potreste perfino fare come vi pare ma subito dopo lavarvi, o almeno lavarvi prima di compiere “azioni contagiose”. Ma in ultimo, santi numi, potreste non toccare le mani ai bambini se non siete sicuri e tanto meno dovreste baciare loro le mani o il viso, maledetti voi.

Il colmo è gente che ti dice “sono raffreddata, non ti bacio” intendendo baciare me, l’adulto, poi però tocca le mani alla piccola. Come dire, un po’ ci arrivo, ma fino in fondo è troppo complicato.
Deve davvero sapere di film americano sui virus mortali tutta questa semplicissima questione, deve davvero sembrare troppo simile ad una serie tv o ad un fumetto.Troppo assurdo per crederci! O forse è tutta colpa dei cartoni animati educativi che vedevamo da piccoli che ci hanno subdolamente passato l’idea che si trattava di finzione e allora il tizio giallo cattivo chiamato virus era solo un personaggio buffo. Guardatevi dalla freddata quindi, i moccioli sono innocui!

Questi ignari untori magari sono quelli che a settembre iniziano a bombardarsi di tutti gli integratori disponibili sul mercato per rafforzare il sistema immunitario, senza avere la minima idea di come evitare di fare danni. Perché parliamoci chiaro, si deve proteggere se stessi, chi se ne frega degli altri. E’ per questo che baciate i bambini sulle mani e sul viso, li portate a scuola nonostante le gastroenteriti, e non li vaccinate, perché non ve ne frega niente degli altri. Perché sono gli altri, con i loro comportamenti corretti, a proteggere voi.

La cosa più bella è vederli che si lavano le mani accuratamente ma senza avere minima coscienza del perché, un po’ del tipo mi lavo le mani perché so che tu vuoi che io lo faccia e ti accontento perché sono gentile, così magari prima o poi ti passa (sottotesto “poraccia, sti ormoni le stanno sbriciolando il cervello, ché poi, diomio, era già strana prima…“). Poi però magari vi scaccolate, vi toccate il naso, tossicchiate di nascosto educatini come lord sputazzando micro gocce nella mano, ma non serve rilavare, no, l’ho già lavate. Vi lavate ancora se vi sporcate. E certo. Giammai sporcare il golfino del pupo, se sputi saliva infetta invece, pazienza.
Un giorno chiedendo ad una persona appena entrata in casa di lavare le mani ci è stato risposto con fastidio “ma guarda che le mie mani sono pulite!”. Ricordiamoci solo che sui tasti degli ascensori vengono ritrovati per intero i panorami batterici della merda. Non è per dire una cosa ad effetto. Merda proprio.

Su tutto però regna l’egoistica soddisfazione del piacere di baciare i bambini a rendere impossibile resistere al regalo del bacio di bava infetta. Ne ho già discusso qui dando modo ad un visitatore di esprimersi in un commento che racconta chiarissimamente la posizione media rispetto all’attenzione ai piccoli, ovvero “troppe pare”, a dire che l’attenzione alla volontà e dignità dei bambini è una paranoia della madre.
Io voglio baciarti e lo faccio anche se questo potrebbe nuocerti. Sticazzi di te, bambino di pochi mesi, intanto io godo del bacio che ti sto dando, poi se tra qualche giorno hai il naso tappato e non riesci ad alimentarti perché ti alimenti succhiando, sticazzi, saremo tutti pronti a dire che tua madre ti ha fatto prendere freddo.

E che è paranoica.

Dunque spero che siano chiari sia gli intenti educativi del post, sia i tratti sarcastici (compresi quelli riguardo gli intenti educativi) ,sia la necessità di sfogo per l’aspetto grottesco di tutto questo.
E ci si deve sfogare perché un raffreddore di un bambino di pochi mesi è comunque molto invalidante per il piccolo ed una grandissima pena nonché rottura di scatole per i genitori. I lavaggi del naso, i pianti, la tosse, le notti in bianco…
Detto ciò so meglio di chiunque altro che un raffreddore è solo un raffreddore ma non posso fare a meno di sentirmi incazzata come una biscia per l’ennesimo contagio, gli ennesimi giorni faticosi. Soprattutto però mi rammarico della mia fiducia nel buonsenso altrui dato che, passato il primo periodo di attenzione strettissima, si chiede a se stessi di mollare un po’ il controllo come è sano.

Riguardo la scarsa diffusione delle informazioni corrette circa prevenzione e trasmissione dei “mali stagionali” fantastico sempre su un ipotetico ufficio comunicazione e marketing della sanità che lavori al disfacimento di tutti i luoghi comuni. Certo ci vorrebbero medici un po’ più svegli della cariatide media che opera da medico di base con un processo di formazione interrotto negli anni sessanta, o peggio novanta; è da quelle postazioni incrostate che passa tanta della cattiva gestione collettiva di queste cose, mentre forse potrebbero essere loro i brillanti Mad Men della sanità italiana. Formazione continua, informazione capillare, e un passaparola che manco le migliori estetiste!

Ma l’aspetto più triste, a parte gli scherzi, è l’assenza di attenzione nei riguardi delle proprie azioni. Intendo proprio mancanza di consapevolezza sulle sequenze di azioni che compiamo. E’ come una competenza di base che non consideriamo tale. E’ come quando un tizio su un autobus porta uno zaino voluminoso e colpisce tutti ripetutamente senza rendersene conto. Andiamo oltre questo. Non solo non abbiamo percezione dell’altro, ma dimentichiamo completamente l’abilità di percepire l’origine e la conseguenza dei nostri movimenti.
Non voglio fare quella che fa la predica sulla mindfulness…però è così. Mi sembra che osservando a fondo le persone, ora che ho la mente pulita dalla fretta, non sappiano più compiere il più piccolo gesto con consapevolezza. O meglio, possiamo compiere grandi opere tutti concentrati e rigonfi di mindfulness, meglio se guidati da scuole o corsi, ma non possiamo più, per esempio, parlare curandoci di cosa provocheranno le nostre parole, o cucinare essendo consapevoli in ogni momento del gesto che stiamo facendo. Quante volte ho dimenticato se avevo messo il sale nella verdura?! Figurarsi quanto ci si mette a dimenticare di essersi toccati la bava infetta.
E in tal caso pazienza per quanto riguarda voi soli, ma no, non porto pazienza per quei gesti che coinvolgono suo e mio malgrado mia figlia.
La vostra bava mi fa schifo, anche se a mia figlia volete tanto bene. E mi fa ancora più schifo la vostra fame di bambini altrui a qualsiasi costo.

Mangio di corsa

Mangio veloce.
Non sempre. Mangio veloce perché c’è Lei.
Sta lì e non so quanto resterà lì calma, se è calma. Se non è calma mangio veloce perché non so quanto resisterà prima -non di urlare, non di piangere- prima di dare segni urgenti di “prendimi”. Se sta in braccio a me mangio veloce perché è scomodo. Se sta in braccio a lui mangio veloce così che mangi lui. Se dorme mangio veloce perché così posso fare qualche altra cosa da sola.

Bugia.

SE mangio veloce non è perché c’è Lei. E’ una bugia. E’ dare a Lei qualcosa che non la riguarda. Se mangio veloce è perché vado di fretta. Fretta di cosa non si sa. La fretta non ha ragione altra che la nostra ansia, di cosa non si sa, l’ansia innata, inculcata, ficcata dentro a pressione da giorni consumati correndo. Perché non si sa. Sembra che se non corri sei pazzo, o stupido.
Di volta in volta si appoggia la responsabilità di questo correre su un elemento esterno: nessuno, mai, dirà a sé stesso mangio di corsa per abitudine, è una cosa brutta, non so perché lo faccio e non so smettere.

Ricapitoliamo.
Mi capita di mangiare velocemente un pasto intero, a volte, le volte che mi prende il fuoco e devo fare mille cose e sulla scia corro anche col cibo. Male. Molto male. Quelle sono volte in cui o succede qualcosa che non è Bello oppure rimango mortificata e insoddisfatta.
Mi capita più spesso di mangiare di corsa a un certo punto o di iniziare di corsa e sentire distrattamente che “è per Lei”  (potrebbe piangere, deve essere allattata…no neanche, non sono pensieri, se li guardo sono pensieri vuoti, pensieri di fretta semi cancellati come le scie dei corpi in corsa dei supereroi nei fumetti). Mi capita poi di resettare il respiro e capire che no. Sto correndo. Perché non si sa. Ma di certo non è per Lei. Allora respiro, spesso faccio dei piccoli no con la testa. No no no no. Respiro e zac, torno. Perché significa che ero altrove, non qui e non ora. Ero dopo, o ero prima.
Ogni tanto faccio questo reset quando mi sembra di DOVER mangiare di corsa PERCHÉ SE NO LEI. Lei cosa?  Lei sta qui e ora, tutta qui e tutta ora, Lei non chiede fretta, chiede tante cose ma la fretta quella mai. Basta guardarla per capire come si fa.

Fatto il reset di cui sopra, impegnati un po’ di neuroni, tutto scorre. Voilà, si mangia.
E pensate un po’ certe volte nemmeno serve farlo, certe volte viene tutto bene.

Allora, non è che viene tutto da solo, è un’arte. Questo è fuori di dubbio. Mangiare, lavarsi, pettinarsi, fare tutto è un’arte, soprattutto i primi tempi. Ci vuole organizzazione e calma. Ci vuole di essersi scelti qualcuno di cui fidarsi e con cui ridere e con cui urlare, ma solo poco, e senza volume, che c’è er pupo.

Adesso è così, questa cosa di mangiare. Ma quando ero una donna indipendente, tutta presa da me sola, tutta incernierata dentro la mia soffocante ma avventurosa vita professionale, quando ero tutta ufficio, aperitivi e notti ruggenti…ah! come mangiavo con calma allora!

Mangiavo in una sala mensa grigia grigia velocemente, sperando che finisse presto e cercando di essere grata per quel cibo anche se era proprio tutto triste, e i tavoli sporchi e c’era odore di robacce riscaldate al microonde e di finestre mai aperte. Mangiavo di corsa al ristorante perché dopo c’era la riunione, o la telefonata, o la videoconferenza, o il file da finire, e mangiavo col file che scorreva dentro gli occhi tipo Google glass. Mangiavo un gelato o una pizza di corsa di corsissisima perché ero andata lontana dall’ufficio per non incontrare nessuno e non parlare con nessuno e cambiare aria e però restava poco tempo per il cibo e allora trangugiavo tutto prima di ripartire e correre per non timbrare in ritardo. Mangiavo davanti al computer per finire un file, o una telefonata, o una presentazione, o per stare sola, o perché ero troppo giù per uscire. Mangiavo in un bar in cui si andava perché costava poco, tutti accalcati, con colleghi brutti e cattivi a dire cose che non volevo dire e sentire cose che non volevo sentire. Mangiavo in queste tavolate lunghe coi capi e i consulenti perché ogni tanto tocca, e di mangiare con gente che non amo io non sono tanto capace, stringo i denti e mi viene mal di testa. Mangiavo, nelle giornate campali, in sala riunioni, durante la riunione, quando qualcuno decideva che dovevamo stare tutti insieme e mangiare la roba del catering ordinato apposta per voi, perché fa tanto famiglia e la riunione non si lascia, no no; mangiavo in ostaggio.
Qualche volta meno male mangiavo con le uniche amiche, tre outsider. Quelle volte arrivavamo al ristorante come in guerra, a testuggine, per non subire l’invasione di tavolo da altri, e stare un po’ solo noi, e ridere un po’, iniziare sol sospiro e finire con vabbè rientriamo, se no ci tocca chiedere permesso.

Oggi ho cucinato i ciuffi delle carote in una frittata. L’ho servita con un cucchiaino di salsa di tartufo. Accanto ho messo due carote fresche e un bicchierone d’acqua. Ho cucinato con Lei portata in fascia dietro che si stira per sporgersi e guardare, che parlotta e ogni tanto ride, che allunga le mani, mi tira i capelli, mi lecca la schiena, starnutisce e mi spruzza di bava.

Mi ricordo perfettamente il sapore di ogni cosa.