Di invasioni e rifugi. Del parto in casa.

Nei giorni passati, durante ore di attesa in un reparto di maternità, mi sono resa conto che non avevo mai fatto quell’esperienza. Nemmeno ero mai andata in un reparto maternità nell’orario di visita, quel rituale dell’invasione non mi è mai piaciuto. Non mi è mai piaciuto farlo, ancora prima che riceverlo.

La prima volta che ho partorito avevo vent’anni e avevo messo al mondo senza saperlo un guerriero rimasto troppo poco su questa terra. C’è da dire che avendo vent’anni è difficile che tu abbia visitato amiche che hanno partorito. Avevo vent’anni e me lo ricordo ancora lo shock delle visite, per cui giammai essere io a profanare i primi giorni. Anche se vedere qualcuno fa piacere, anche se lo si fa con affetto, anche se è tanto bello da fuori andare a far visita.

In questi giorni di visite nel reparto maternità guardavo quelle mamme da poco e riconoscevo sui loro corpi i segni del disagio.
Tu passi e loro si voltano impercettibilmente.
Entra nella stanza lo zio del letto tre (sei un numero di letto, non una persona) e loro si coprono con quelle lenzuola pesanti fino a sudare.
Vorrebbero andare in bagno ma non si alzano perché in stanza c’è, che caro a venire, un collega, o un superiore. Mio dio. Gente con cui sei abituata a interagire in configurazione tu tailleur-lui abito blu che si mette il pantalone beige (secondo loro disinvolto come nei loro casual friday), piglia un mazzo di fiori e viene in ospedale il giorno dopo che hai partorito. E tu schiacciata in un letto, mentre loro ti guardano dall’alto. E tu sorridi e speri che finisca presto. Come le violenze. Il corpo delle donne. Il terreno dell’eterno sopruso strisciante.

“Non ce la faccio più, non finiscono mai”

Gente non selezionabile. Vicini di casa, preti, amici d’infanzia, gente che accompagna gente, in un flusso interminabile. Tu vuoi alzarti, bere, dormire, annusare tuo figlio. Mettertelo addosso.
Provare ad allattarlo forse ?!  dunque potremmo metterci così vedi amore, ecco no, così no, aspetta, mi fanno male i punti. Allora di qua, proviamo, dai.
Ecco, ora succhia.
Entra qualcuno, ciaooooooo mamminaaaaaa, coi fiori e i cioccolatini,e tu tirati su, saluta, fai la riverenza.

Ripeti la sequenza per tre ore e poi sentiti dire che il pupo non si è ancora attaccato, che tu non hai abbastanza latte e che devi dargli l’aggiunta, perché se no son guai.

Magari, siccome puzzi o pensi di puzzare e non ti sei riuscita a lavare, e siccome viene la segretaria del capo, allora ti sei messa il deodorante subito prima dell’ora x, prima che aprano le porte, e il pupo non si attacca per quello.

“Ma non sono un po’ troppi?”
“E come faccio? Che gli dico? Poi ci restano male”

Invasione. Non esistono altre parole.

Se ti va bene partorisci in un posto dove puoi tenere il bambino vicino a te ma attenzione, anche durante l’orario di visita, che ho scoperto essere lunghissimo. Anche se i visitatori dicono che sono “solo” poche ore.
Questo vuol dire che un esserino venuto al mondo qualche ora prima si ritrova bersagliato da mille voci, mille odori, mille germi. Perché nessuno ha pietà, il branco prende e divora e tutti devono toccare l’altro corpo su cui si opera sopruso, il corpo nuovo del neonato che se ne sta  indifeso in attesa di segnali rassicuranti. Il corpo della madre, straziato di Creazione, non può che sentirsi fuori luogo, non adatto ad essere guardato. E non lo è! E’ un corpo sacro, va tenuto protetto per qualche tempo, va accarezzato, in penombra, va riconosciuto, amato, ricostruito. Con lentezza.
Il corpo del figlio, che non sa di esistere lontano dal corpo della madre, è attaccato all’unico odore che conosce che deve stare.

Le lampade, sti neonati infagottati, “sa signora, l’ipotermia”, ma dio santo attaccateli al corpo nudo della madre e altro che ipotermia!

Li lavano appena vengono fuori dall’utero, e non sarebbe necessario perché non sono sporchi, e poi li lasciano sporcare delle mani estranee, tantissime, che stropicciano le piccole dita, tantissimi odori diversi che lo confondono.

L’odore nauseabondo dei corpi anziani poco lavati, le colonie, i profumi, mani intrise di nicotina, alitosi da carie, fiati di alcol e sigarette, gomme da masticare, succhi di frutta, caffè, abiti sintetici, lacca per capelli, smalto, olio per il corpo, fondotinta, rossetti, plastica di palloncini, fiori recisi in acqua vecchia non cambiata…

Tutto in una stanza microscopica dove un bambino annusa il mondo per fiutare la sua Casa, sua Madre.

Io.
Io avevo vent’anni, poco più, e oggi so, fortissimamente, che quel parto fu un bel parto perché avevo vent’anni, nessuno mi credeva, nessuno mi sentiva, nessuno mi vedeva. C’erano due tizie che urlavano parolacce durante il travaglio ed avevano, grazie a Dio, tutto lo staff in turno attorno. Io ero stata dimenticata. E quella fu la mia fortuna. O il primo segnale verso i miei numi tutelari.
Il monitoraggio parlava chiaro (???) non avrei partorito prima della mattina successiva, sicuro, però già che sei qui, resta.
Io benedico quel caos che mi ha protetta. Quando da sola ho sentito la testa e ho fatto chiamare, nessuno, nemmeno allora, ci ha creduti, eravamo giovani e avevano deciso che non sapevo partorire.

Invece sapevo partorire come tutte le donne sanno fare a patto di non essere disturbate.

Ovviamente poi mi hanno obbligata a mettermi nella posizione a loro più comoda, a loro, non a me.

“Ma come faccio” “E come fai, ti siedi”

Un abuso di potere. Ah cattiva ragazza, hai voluto far tutto da sola fino a qui? E mo’ ci penso io a rimetterti in riga, a farti vedere chi comanda qui. Con la testa già in vista, siediti sulla sedia a rotelle e fatti mettere sul tavolo da macello, in punizione. Ovviamente mi venne praticata un’ episiotomia non necessaria, come non lo sono praticamente tutte. Non mi hanno nemmeno avvertita, perché tu partorisci, ma quello che succede sembra essere roba loro, stramaledetti. Parlano d’altro mentre ti tagliano la carne. Me li ricordo ancora. Una mutilazione. Una violenza. Se fosse accaduto adesso avrei sporto denuncia. Sono felicissima di leggere ogni tanto notizie di donne che lo fanno. Lo so ancora oggi dove sta. Se ci passo il dito, lo sento.

E invece se passo il dito dove la carne si è aperta da sola per la mia seconda bambina, no.

Lei è nata sul lettone di casa. Le gatte a fare la guardia sulla soglia, come si confà a due gatte di strega. Lui sul letto con noi e le ostetriche attorno, in una presenza costante, attenta e invisibile.

Il giorno del suo compleanno, pochi giorni fa, mi sono stesa lì, c’era la stessa luce, e ho sentito perfettamente che è stato tutto giusto. Non solo, ma ad un anno di distanza vedo chiaramente quanti pezzetti della nostra storia si sono incastrati perfettamente tra loro grazie alla scelta di partorire in casa. Molti aspetti della vita di una nuova famiglia sono manufatti artigianali che vanno rifiniti, smussati, levigati, lucidati, e spesso alcune parti richiedono un lavoro faticoso. Un parto in casa prepara a questo lavoro nella maniera più spontanea. Non ci sono sconti ma non ci sono intrusioni. E’ tutto crudo e luminoso esattamente come deve essere.

Quello che di più prezioso mi pare di vedere è che durante il travaglio io ero proprio io, lui era proprio lui, noi eravamo proprio noi. Il nostro modo di stare insieme, il nostro modo di litigare, il nostro modo di crescere, il nostro modo di toccarci, di fare sesso. Il nostro modo di essere felici e di scherzare.
Tutto mio. Tutto nostro. Di nessun altro.
La sensazione di competenza, di potere, di adeguatezza, di serenità che si produce nei genitori durante un parto in casa è un’assicurazione sulla serenità dei primi mesi di vita di un bambino, e forse anche oltre.

La sicurezza. Io non avevo paura di niente. E non avevo paura di niente perché non temevo di essere aggredita.

Una sicurezza che non è un proclama hippy, è provato che nel parto ospedalizzato si rischiano interventi non necessari anche rischiosi. Non smetto di pensare che in ospedale avrei potuto avere un cesareo. Acque rotte da 24 ore e cordone intorno al collo di solito vengono “risolti” in questo modo. Invece noi avevamo bisogno solo di tempo. Abbiamo seguito la profilassi come da protocollo, in casa. Antibiotico dopo 24 ore dalla rottura del sacco, amorevolmente somministrato appoggiate al tavolone del salone tra una contrazione e l’altra, perché a quel punto io e la piccola avevamo iniziato la danza verso la nostra metamorfosi. E poi il cordone sciolto durante la nascita.

Le ostetriche. Le mani operose ed esperte ma discrete, non me le sono mai sentite addosso ma sempre accanto.

Mentre addosso, da subito, ho avuto Lei. Il prodigio, lo sguardo nuovo e sapiente dritto nel mio. Eccomi qui.

Ogni tanto riguardo delle foto preziose scattate durante quelle ore e non mi sembrano vere. Non credo di essere mai stata più bella di così.
In casa mia, col mio accappatoio. Lui con la futa yemenita. Il tavolo imbandito come per una colazione infinita, come le colazioni dei giorni di festa. Le mie bandierine con le divinità del parto, l’olio di gelsomino, i datteri, il pane e olio.
L’acqua. Tanta. Come in ogni cosa sacra.

E dunque, il vaccino.

Al primo vaccino ci arrivo stordita come si deve, come è appropriato ad una mammalia che si rispetti quando ci si appresti a fare qualcosa che si sa per certo darà fastidio al cucciolo.

Al secondo vaccino ci arrivo meno stordita ma con un disagio più profondo e più strutturato: lo stato di ansia e stritolamento di budella dipende dall’intenzionalità dell’atto, ovvero mettersi in macchina e andare in un posto PER farle fare le punture.

Prendere una bambina sana, mia figlia sana, e metterla volontariamente su un lettino dopo il colloquio col categoria protetta di turno.
Per carità, sante categorie protette, ma magari ai colloqui vaccinali mettiamoci qualcuno che sia in grado di fornire, insieme a delle informazioni precise, anche un po’ di aria professionale e orientata al paziente così da ottenere un minimo garantito di sicurezza. Noi abbiamo altri modi di ottenere quelle informazioni e quindi pazienza, ma per molti altri, quasi tutti, quella è l’occasione unica per avere quelle informazioni. Dopodiché c’è Google e l’autismo.

Prendere una bambina sana, mia figlia sana, e metterla volontariamente su un lettino.
Poi. Guardarla dritta negli occhi mentre ti guarda dritta negli occhi e.
Urla.
Urla di stupore brutto e di dolore. Un dolore che tu sai, un dolore di cui tu conosci l’origine e sei lì a tenerla pure ferma e a dire stronzate, lei urla e tu senti muovere l’istinto: prendere a calci chi le fa del male…ah no.
Arrivederci.

Ecco poi dopo, fuori, mentre aspetti la mezz’ora di rito prima di andare via e la consoli, allora il battito torna un po’ più normale e capisci di che colore sono le pareti, chi altro c’è attorno, noti delle cose.

Noto che nessun altro allatta. Da dire c’è anche che gli operatori sconsigliano di allattare nei pressi della somministrazione del vaccino: prima meglio di no perché da sdraiati poi urlano e potrebbe tornare su, poi meglio di no perché urlano e se c’è una manifestazione allergica magari gli va di traverso, si strozzano, un macello. Non so dire quanto siano queste precauzioni sensate e scientificamente più valide dell’effetto anestetico e calmante della santa santissima tetta. Noi comunque trasgrediamo, la tetta la prende prima ET dopo, se mi sgridano gli improvviso qualcosa e in ultima istanza, dato che non ce ne approfittiamo mai, gioco eventualmente il jolly: guardi suo padre qui presente è pediatra. Sottotesto: famo come ce pare e tu in caso si metta male sei salvo.

Noto i poster informativi. Quello sul meningococco è chiaro e ben fatto, poche parole, quelle che servono, pochi colori, un solo font (incredibile!) e l’immagine degli orsetti.
Una fila di dieci orsetti, nove sorridenti dritti dritti, uno sorridente caduto.
Morto.
Perché su dieci bambini che contraggono la meningite, uno muore.
(E parecchi riportano comunque danni permanenti bruttarelli).

Noto un altro poster, un disastro grafico incomprensibile. Ci concentriamo su questo. Pur avendo noi a cuore la questione dell’ignoranza profonda dilagante che sta facendo abbassare la percentuale di bambini vaccinati, e quindi pericolosamente riproponendo la presenza di alcune malattie, ci mettiamo a fare battute sull’incapacità comunicativa del ministero. Che è un problema reale secondo me, però tra uno buono e uno cattivo, noi abbiamo scelto il cattivo. E se noi siamo capaci di questo, figuriamoci di cosa sono capaci quelli del movimento contro i vaccini.
(Già la connotazione di “movimento” è inquietante. Nelle cose di scienza non ci sono punti di vista, c’è l’evidenza scientifica e basta. E invece stiamo qui ancora a discuterne, in un paese in cui si è dato modo a dei giudici di sindacare l’opposto di una verità scientifica).

Ma io posso arrivare a capire alcune istanze del movimento antivaccinale. Si, posso.
La preoccupazione concernente il farmaco, io la capisco. Condivido un certo sospetto nei confronti dei farmaci e dei medici. Nel corso degli anni ho attraversato fascinazioni per diversi stili di cura e felice come una pasqua dopo essere passata perfino per la cristalloterapia vivo felicemente immersa nelle certezze scientifiche, sia che riguardino farmaci di sintesi, sia che riguardino le sacre erbe della sacra Terra, sia che riguardino l’effetto placebo. Le conoscenze che si integrano mi esaltano, la verità scientifica di alcune pratiche che ci racconta l’etnobotanica mi esalta, mi esalta capire quali tradizioni di cura erano simboliche e quali no. Mi esalta come gli antichi utilizzassero con dovizia l’effetto placebo e quanto noi non siamo in grado di utilizzarlo avendo perso la fede. Qualunque fede.

Ma muoversi in questi terreni richiede un sacco di umiltà.

Stiamo cercando di operare una rivoluzione culturale in cui la nostra personalità ha più valore, in cui sentiamo che le nostre scelte valgono di più, cambiano le cose, lasciano impronte nel mondo. E questo, da sé, sarebbe auspicabile.
Non riusciamo però a farlo senza smontare tutto indiscriminatamente. E’ un moto un po’ adolescenziale, in cui il bisogno di affermare la propria identità e le proprie competenze deve necessariamente passare per il radere al suolo ciò che fino a quel punto è esistito. La possibilità di cambiare punto di vista in maniera meno assoluta e più lenta ma più ponderata è reso impraticabile dalla smania del sentire di aver dato una svolta alla propria vita prendendo decisioni forti e indipendenti.

Abbiamo bisogno di sentire che gestiamo la nostra salute in maniera autonoma. Il vaccino fa paura, è una somministrazione invasiva su un paziente sano. La medicina preventiva fa paura, non si capisce di cosa è fatta perché per quanto rifiutiamo l’ipermedicalizzazione, siamo in realtà in cerca di rimedi solo ed esclusivamente di fronte al sintomo. Se non vedo un sintomo, non cerco cura. La prevenzione è misteriosa.
Sul contagio non abbiamo le idee molto chiare, basta osservare in quanti scelgono la terapia preventiva a base di mix di organi interni di anatre portatrici sane di influenza di tipo A, rispetto a quelli che sanno che i “malanni stagionali” sono virus che si diffondono per contagio e che questo si argina con pratiche igieniche e accortezze “sociali”. Accortezze facili facili tipo lavare le mani e non favorire il contagio. Ma tu prova a dire a chiunque di lavarsi bene le mani appena entrato in casa tua e/o di non venire a trovarti se sta poco bene e sicuro ti pigliano per paranoico, mentre è normale per tutti “stimolare il sistema immunitario”, frase numero uno nei piani marketing della stagione inverno delle case produttrici del naturale che vi sembrano tanto etiche. Parlo di cose che so: le ho fatte tutte).

Tutte le idee sbagliate che circolano sui vaccini sono sempre le stesse da tanti anni e continuano a non avere uno straccio di prova scientifica che sia una prova come dio comanda, eppure infestano come il colera nell’acqua di soho.
Si legano alle paure, sacrosante, di tutti noi. Sono i demoni della modernità, dato che non crediamo più ai demoni di un tempo, non abbiamo più le storie del terrore attorno al fuoco e allora quelle vengono sostituite da “io conosco uno che”, “io ho visto dei bambini che”, “io ho letto che”. I fatti sono i nemici della conoscenza. Sempre.
Sono idee che entrano in risonanza con le cose che temiamo di non poter controllare, e infatti ci inventiamo cosmogonie di poteri che ci controllano e complotti mondiali. Ma il complotto più potente di tutti è sempre stato l’ignoranza e da che mondo è mondo, il non sapere insieme alla paura hanno creato solo orrori.

Vorrei non sapere più di un bambino-orsetto caduto, e invece ogni tanto succede.

Questa adolescenza dell’umanità non vorrei mai portasse ad una futura necessità di pentimento. Vorrei che questo bisogno di essere in maniera diversa nel mondo portasse consapevolezza. Scegliere di vivere in una maniera più naturale e tollerabile sia per noi che per il pianeta non dovrebbe prescindere dalla scienza, non dovremmo cercare di tornare all’età della pietra. E in quel caso, se doveste sceglierlo, vi voglio vedere nelle capanne, senza smartphone, senza abbigliamento in cotone biologico pagato a peso d’oro. Vi voglio vedere senza medicine, nemmeno “solo quando serve”, vi voglio vedere pronti alla selezione naturale, perché non ci pensate mai, ma i prescelti, quelli da non replicare, per Madre Natura, potreste essere voi.

Post scriptum:
Mia figlia ha iniziato a lallare (e di brutto!) il giorno dopo della somministrazione della seconda dose di pneumococco ed esavalente. Secondo lo stile di correlazione causale di due eventi correlati invece in maniera casuale e temporalmente vicini, tipico della filosofia antivaccinale, potremmo attribuire ai vaccini lo straordinario potere di far lallare i bambini, uoah.

Baci e bacilli

Niente da fare. Siamo uno dei pochi paesi la cui lingua possiede termini per riferirsi al “colpo di freddo”, l’inesistente causa di tanti mali compresa l’influenza (con le varianti “freddata” che personalmente mi fa impazzire…”raffreddamento” o il sibillino “malanni di stagione”, a insinuare quasi che la responsabilità del male ineluttabile sia la stagione inverno e non la stagionalità della diffusione dei virus, magnifico).
Il colpo di freddo causa il raffreddore (e qualche volta pure la febbre, la tosse, il mal di gola e l’influenza) e questo dogma è sufficiente per sradicare ogni tentativo di trasmettere le regole base dell’igiene e della prevenzione. Così il raffreddore a mia figlia viene perché ha preso freddo e non perché qualcuno le ha passato il virus, magari servito in un inutile e invadente bacetto sulla manina.
Avrà preso freddo! sicuro! magari ieri a pranzo all’aperto a Novembre, madre snaturata che non sono altro: mettere a repentaglio così la salute della piccola! Infatti ieri là era pieno di bambini ricoperti di piume d’oca, cappelli di lana, guanti e coprigambe da passeggino che manco in Groenlandia a Natale. Loro si, figli di brave madri. C’erano pure 26 gradi. La mia deve per forza aver preso una freddata ieri. D’altra parte, ieri freddata, oggi raffreddore. Chiaro.

Troppo scientifica per essere vera -sarà di certo un complotto delle case farmaceutiche- la versione per cui il virus si trasmette per contatto con liquidi infetti. Tradotto: toccate cose e persone con le mani o il viso sporchi di moccio oppure respirate o parlate troppo vicino (o nelle migliori occasioni tutte queste cose assieme) e il virus si trasmette.
Vi guardate bene dal fare attenzione a non avvicinarvi troppo, magari almeno a categorie particolari tipo bambini piccoli. Vi guardate bene dall’imparare a starnutire o tossire con le mani protette (da un fazzoletto mica da una tuta anti ebola) oppure nell’incavo del gomito invece che sulla mano oppure potreste perfino fare come vi pare ma subito dopo lavarvi, o almeno lavarvi prima di compiere “azioni contagiose”. Ma in ultimo, santi numi, potreste non toccare le mani ai bambini se non siete sicuri e tanto meno dovreste baciare loro le mani o il viso, maledetti voi.

Il colmo è gente che ti dice “sono raffreddata, non ti bacio” intendendo baciare me, l’adulto, poi però tocca le mani alla piccola. Come dire, un po’ ci arrivo, ma fino in fondo è troppo complicato.
Deve davvero sapere di film americano sui virus mortali tutta questa semplicissima questione, deve davvero sembrare troppo simile ad una serie tv o ad un fumetto.Troppo assurdo per crederci! O forse è tutta colpa dei cartoni animati educativi che vedevamo da piccoli che ci hanno subdolamente passato l’idea che si trattava di finzione e allora il tizio giallo cattivo chiamato virus era solo un personaggio buffo. Guardatevi dalla freddata quindi, i moccioli sono innocui!

Questi ignari untori magari sono quelli che a settembre iniziano a bombardarsi di tutti gli integratori disponibili sul mercato per rafforzare il sistema immunitario, senza avere la minima idea di come evitare di fare danni. Perché parliamoci chiaro, si deve proteggere se stessi, chi se ne frega degli altri. E’ per questo che baciate i bambini sulle mani e sul viso, li portate a scuola nonostante le gastroenteriti, e non li vaccinate, perché non ve ne frega niente degli altri. Perché sono gli altri, con i loro comportamenti corretti, a proteggere voi.

La cosa più bella è vederli che si lavano le mani accuratamente ma senza avere minima coscienza del perché, un po’ del tipo mi lavo le mani perché so che tu vuoi che io lo faccia e ti accontento perché sono gentile, così magari prima o poi ti passa (sottotesto “poraccia, sti ormoni le stanno sbriciolando il cervello, ché poi, diomio, era già strana prima…“). Poi però magari vi scaccolate, vi toccate il naso, tossicchiate di nascosto educatini come lord sputazzando micro gocce nella mano, ma non serve rilavare, no, l’ho già lavate. Vi lavate ancora se vi sporcate. E certo. Giammai sporcare il golfino del pupo, se sputi saliva infetta invece, pazienza.
Un giorno chiedendo ad una persona appena entrata in casa di lavare le mani ci è stato risposto con fastidio “ma guarda che le mie mani sono pulite!”. Ricordiamoci solo che sui tasti degli ascensori vengono ritrovati per intero i panorami batterici della merda. Non è per dire una cosa ad effetto. Merda proprio.

Su tutto però regna l’egoistica soddisfazione del piacere di baciare i bambini a rendere impossibile resistere al regalo del bacio di bava infetta. Ne ho già discusso qui dando modo ad un visitatore di esprimersi in un commento che racconta chiarissimamente la posizione media rispetto all’attenzione ai piccoli, ovvero “troppe pare”, a dire che l’attenzione alla volontà e dignità dei bambini è una paranoia della madre.
Io voglio baciarti e lo faccio anche se questo potrebbe nuocerti. Sticazzi di te, bambino di pochi mesi, intanto io godo del bacio che ti sto dando, poi se tra qualche giorno hai il naso tappato e non riesci ad alimentarti perché ti alimenti succhiando, sticazzi, saremo tutti pronti a dire che tua madre ti ha fatto prendere freddo.

E che è paranoica.

Dunque spero che siano chiari sia gli intenti educativi del post, sia i tratti sarcastici (compresi quelli riguardo gli intenti educativi) ,sia la necessità di sfogo per l’aspetto grottesco di tutto questo.
E ci si deve sfogare perché un raffreddore di un bambino di pochi mesi è comunque molto invalidante per il piccolo ed una grandissima pena nonché rottura di scatole per i genitori. I lavaggi del naso, i pianti, la tosse, le notti in bianco…
Detto ciò so meglio di chiunque altro che un raffreddore è solo un raffreddore ma non posso fare a meno di sentirmi incazzata come una biscia per l’ennesimo contagio, gli ennesimi giorni faticosi. Soprattutto però mi rammarico della mia fiducia nel buonsenso altrui dato che, passato il primo periodo di attenzione strettissima, si chiede a se stessi di mollare un po’ il controllo come è sano.

Riguardo la scarsa diffusione delle informazioni corrette circa prevenzione e trasmissione dei “mali stagionali” fantastico sempre su un ipotetico ufficio comunicazione e marketing della sanità che lavori al disfacimento di tutti i luoghi comuni. Certo ci vorrebbero medici un po’ più svegli della cariatide media che opera da medico di base con un processo di formazione interrotto negli anni sessanta, o peggio novanta; è da quelle postazioni incrostate che passa tanta della cattiva gestione collettiva di queste cose, mentre forse potrebbero essere loro i brillanti Mad Men della sanità italiana. Formazione continua, informazione capillare, e un passaparola che manco le migliori estetiste!

Ma l’aspetto più triste, a parte gli scherzi, è l’assenza di attenzione nei riguardi delle proprie azioni. Intendo proprio mancanza di consapevolezza sulle sequenze di azioni che compiamo. E’ come una competenza di base che non consideriamo tale. E’ come quando un tizio su un autobus porta uno zaino voluminoso e colpisce tutti ripetutamente senza rendersene conto. Andiamo oltre questo. Non solo non abbiamo percezione dell’altro, ma dimentichiamo completamente l’abilità di percepire l’origine e la conseguenza dei nostri movimenti.
Non voglio fare quella che fa la predica sulla mindfulness…però è così. Mi sembra che osservando a fondo le persone, ora che ho la mente pulita dalla fretta, non sappiano più compiere il più piccolo gesto con consapevolezza. O meglio, possiamo compiere grandi opere tutti concentrati e rigonfi di mindfulness, meglio se guidati da scuole o corsi, ma non possiamo più, per esempio, parlare curandoci di cosa provocheranno le nostre parole, o cucinare essendo consapevoli in ogni momento del gesto che stiamo facendo. Quante volte ho dimenticato se avevo messo il sale nella verdura?! Figurarsi quanto ci si mette a dimenticare di essersi toccati la bava infetta.
E in tal caso pazienza per quanto riguarda voi soli, ma no, non porto pazienza per quei gesti che coinvolgono suo e mio malgrado mia figlia.
La vostra bava mi fa schifo, anche se a mia figlia volete tanto bene. E mi fa ancora più schifo la vostra fame di bambini altrui a qualsiasi costo.