Di invasioni e rifugi. Del parto in casa.

Nei giorni passati, durante ore di attesa in un reparto di maternità, mi sono resa conto che non avevo mai fatto quell’esperienza. Nemmeno ero mai andata in un reparto maternità nell’orario di visita, quel rituale dell’invasione non mi è mai piaciuto. Non mi è mai piaciuto farlo, ancora prima che riceverlo.

La prima volta che ho partorito avevo vent’anni e avevo messo al mondo senza saperlo un guerriero rimasto troppo poco su questa terra. C’è da dire che avendo vent’anni è difficile che tu abbia visitato amiche che hanno partorito. Avevo vent’anni e me lo ricordo ancora lo shock delle visite, per cui giammai essere io a profanare i primi giorni. Anche se vedere qualcuno fa piacere, anche se lo si fa con affetto, anche se è tanto bello da fuori andare a far visita.

In questi giorni di visite nel reparto maternità guardavo quelle mamme da poco e riconoscevo sui loro corpi i segni del disagio.
Tu passi e loro si voltano impercettibilmente.
Entra nella stanza lo zio del letto tre (sei un numero di letto, non una persona) e loro si coprono con quelle lenzuola pesanti fino a sudare.
Vorrebbero andare in bagno ma non si alzano perché in stanza c’è, che caro a venire, un collega, o un superiore. Mio dio. Gente con cui sei abituata a interagire in configurazione tu tailleur-lui abito blu che si mette il pantalone beige (secondo loro disinvolto come nei loro casual friday), piglia un mazzo di fiori e viene in ospedale il giorno dopo che hai partorito. E tu schiacciata in un letto, mentre loro ti guardano dall’alto. E tu sorridi e speri che finisca presto. Come le violenze. Il corpo delle donne. Il terreno dell’eterno sopruso strisciante.

“Non ce la faccio più, non finiscono mai”

Gente non selezionabile. Vicini di casa, preti, amici d’infanzia, gente che accompagna gente, in un flusso interminabile. Tu vuoi alzarti, bere, dormire, annusare tuo figlio. Mettertelo addosso.
Provare ad allattarlo forse ?!  dunque potremmo metterci così vedi amore, ecco no, così no, aspetta, mi fanno male i punti. Allora di qua, proviamo, dai.
Ecco, ora succhia.
Entra qualcuno, ciaooooooo mamminaaaaaa, coi fiori e i cioccolatini,e tu tirati su, saluta, fai la riverenza.

Ripeti la sequenza per tre ore e poi sentiti dire che il pupo non si è ancora attaccato, che tu non hai abbastanza latte e che devi dargli l’aggiunta, perché se no son guai.

Magari, siccome puzzi o pensi di puzzare e non ti sei riuscita a lavare, e siccome viene la segretaria del capo, allora ti sei messa il deodorante subito prima dell’ora x, prima che aprano le porte, e il pupo non si attacca per quello.

“Ma non sono un po’ troppi?”
“E come faccio? Che gli dico? Poi ci restano male”

Invasione. Non esistono altre parole.

Se ti va bene partorisci in un posto dove puoi tenere il bambino vicino a te ma attenzione, anche durante l’orario di visita, che ho scoperto essere lunghissimo. Anche se i visitatori dicono che sono “solo” poche ore.
Questo vuol dire che un esserino venuto al mondo qualche ora prima si ritrova bersagliato da mille voci, mille odori, mille germi. Perché nessuno ha pietà, il branco prende e divora e tutti devono toccare l’altro corpo su cui si opera sopruso, il corpo nuovo del neonato che se ne sta  indifeso in attesa di segnali rassicuranti. Il corpo della madre, straziato di Creazione, non può che sentirsi fuori luogo, non adatto ad essere guardato. E non lo è! E’ un corpo sacro, va tenuto protetto per qualche tempo, va accarezzato, in penombra, va riconosciuto, amato, ricostruito. Con lentezza.
Il corpo del figlio, che non sa di esistere lontano dal corpo della madre, è attaccato all’unico odore che conosce che deve stare.

Le lampade, sti neonati infagottati, “sa signora, l’ipotermia”, ma dio santo attaccateli al corpo nudo della madre e altro che ipotermia!

Li lavano appena vengono fuori dall’utero, e non sarebbe necessario perché non sono sporchi, e poi li lasciano sporcare delle mani estranee, tantissime, che stropicciano le piccole dita, tantissimi odori diversi che lo confondono.

L’odore nauseabondo dei corpi anziani poco lavati, le colonie, i profumi, mani intrise di nicotina, alitosi da carie, fiati di alcol e sigarette, gomme da masticare, succhi di frutta, caffè, abiti sintetici, lacca per capelli, smalto, olio per il corpo, fondotinta, rossetti, plastica di palloncini, fiori recisi in acqua vecchia non cambiata…

Tutto in una stanza microscopica dove un bambino annusa il mondo per fiutare la sua Casa, sua Madre.

Io.
Io avevo vent’anni, poco più, e oggi so, fortissimamente, che quel parto fu un bel parto perché avevo vent’anni, nessuno mi credeva, nessuno mi sentiva, nessuno mi vedeva. C’erano due tizie che urlavano parolacce durante il travaglio ed avevano, grazie a Dio, tutto lo staff in turno attorno. Io ero stata dimenticata. E quella fu la mia fortuna. O il primo segnale verso i miei numi tutelari.
Il monitoraggio parlava chiaro (???) non avrei partorito prima della mattina successiva, sicuro, però già che sei qui, resta.
Io benedico quel caos che mi ha protetta. Quando da sola ho sentito la testa e ho fatto chiamare, nessuno, nemmeno allora, ci ha creduti, eravamo giovani e avevano deciso che non sapevo partorire.

Invece sapevo partorire come tutte le donne sanno fare a patto di non essere disturbate.

Ovviamente poi mi hanno obbligata a mettermi nella posizione a loro più comoda, a loro, non a me.

“Ma come faccio” “E come fai, ti siedi”

Un abuso di potere. Ah cattiva ragazza, hai voluto far tutto da sola fino a qui? E mo’ ci penso io a rimetterti in riga, a farti vedere chi comanda qui. Con la testa già in vista, siediti sulla sedia a rotelle e fatti mettere sul tavolo da macello, in punizione. Ovviamente mi venne praticata un’ episiotomia non necessaria, come non lo sono praticamente tutte. Non mi hanno nemmeno avvertita, perché tu partorisci, ma quello che succede sembra essere roba loro, stramaledetti. Parlano d’altro mentre ti tagliano la carne. Me li ricordo ancora. Una mutilazione. Una violenza. Se fosse accaduto adesso avrei sporto denuncia. Sono felicissima di leggere ogni tanto notizie di donne che lo fanno. Lo so ancora oggi dove sta. Se ci passo il dito, lo sento.

E invece se passo il dito dove la carne si è aperta da sola per la mia seconda bambina, no.

Lei è nata sul lettone di casa. Le gatte a fare la guardia sulla soglia, come si confà a due gatte di strega. Lui sul letto con noi e le ostetriche attorno, in una presenza costante, attenta e invisibile.

Il giorno del suo compleanno, pochi giorni fa, mi sono stesa lì, c’era la stessa luce, e ho sentito perfettamente che è stato tutto giusto. Non solo, ma ad un anno di distanza vedo chiaramente quanti pezzetti della nostra storia si sono incastrati perfettamente tra loro grazie alla scelta di partorire in casa. Molti aspetti della vita di una nuova famiglia sono manufatti artigianali che vanno rifiniti, smussati, levigati, lucidati, e spesso alcune parti richiedono un lavoro faticoso. Un parto in casa prepara a questo lavoro nella maniera più spontanea. Non ci sono sconti ma non ci sono intrusioni. E’ tutto crudo e luminoso esattamente come deve essere.

Quello che di più prezioso mi pare di vedere è che durante il travaglio io ero proprio io, lui era proprio lui, noi eravamo proprio noi. Il nostro modo di stare insieme, il nostro modo di litigare, il nostro modo di crescere, il nostro modo di toccarci, di fare sesso. Il nostro modo di essere felici e di scherzare.
Tutto mio. Tutto nostro. Di nessun altro.
La sensazione di competenza, di potere, di adeguatezza, di serenità che si produce nei genitori durante un parto in casa è un’assicurazione sulla serenità dei primi mesi di vita di un bambino, e forse anche oltre.

La sicurezza. Io non avevo paura di niente. E non avevo paura di niente perché non temevo di essere aggredita.

Una sicurezza che non è un proclama hippy, è provato che nel parto ospedalizzato si rischiano interventi non necessari anche rischiosi. Non smetto di pensare che in ospedale avrei potuto avere un cesareo. Acque rotte da 24 ore e cordone intorno al collo di solito vengono “risolti” in questo modo. Invece noi avevamo bisogno solo di tempo. Abbiamo seguito la profilassi come da protocollo, in casa. Antibiotico dopo 24 ore dalla rottura del sacco, amorevolmente somministrato appoggiate al tavolone del salone tra una contrazione e l’altra, perché a quel punto io e la piccola avevamo iniziato la danza verso la nostra metamorfosi. E poi il cordone sciolto durante la nascita.

Le ostetriche. Le mani operose ed esperte ma discrete, non me le sono mai sentite addosso ma sempre accanto.

Mentre addosso, da subito, ho avuto Lei. Il prodigio, lo sguardo nuovo e sapiente dritto nel mio. Eccomi qui.

Ogni tanto riguardo delle foto preziose scattate durante quelle ore e non mi sembrano vere. Non credo di essere mai stata più bella di così.
In casa mia, col mio accappatoio. Lui con la futa yemenita. Il tavolo imbandito come per una colazione infinita, come le colazioni dei giorni di festa. Le mie bandierine con le divinità del parto, l’olio di gelsomino, i datteri, il pane e olio.
L’acqua. Tanta. Come in ogni cosa sacra.

Head up

Qua mi vogliono ammazzare.

Sono dal parrucchiere in cerca di stabilizzazione emotiva a base di pensieri inutili tipo la nuance di colore da fare a questi capelli che non sembrano più i miei. Ma niente del mio corpo sembra più il mio. Ho perso vari chili, varie taglie, davanti allo specchio ancora spendo tempo a capire chi c’è là davanti a me. Toccandomi trovo cose che non conosco. Vedendomi di striscio ancora mi serve rimettere a fuoco l’immagine che vedo.
Io arrivo così stanca oggi, stanca delle mie contorsioni. L’urgenza di coprire la ricrescita dei miei capelli prematuramente imbiancati, tra genetica e avvenimenti.
Ho portato il mio libro. Molto poco da parrucchiere tra l’altro. Decidendo
il colore tengo il tempo della musica.
Resto sola, leggo il libro, tengo il tempo. Tengo il tempo, pezzo dopo pezzo. Tengo il tempo, canticchio. Tengo il tempo, canticchio e non riesco a leggere. Le chitarrine, la batteriola, il bassone, la voce a citofono. Incantevole. Il respiro accelera. La voce di Paul Banks e pezzi di testo mi portano quasi alle lacrime.
Mi guardo nello specchio. Nemmeno il viso è ancora proprio familiare. Senza carne sono quasi tutta naso e occhi. Che, dico, vada per gli occhi…ma. Vabbè.
Sono più secca, sono segnata. I chili in meno. Gli anni?! Chissà.

Meno sonno.
Quello conta. Pensano sempre tutti a quello. Solo il sonno
in meno. Ahhh sarai stanca. Si, ma non solo per quello che credete voi.

Gli Interpol. Ma proprio oggi? Con questo peso di essermi messa a guardarmi con il bisturi.
Capisco solo mentre sono ricoperta di brividi insensati che non sto più ascoltando la mia musica. Non sono ancora suoni giusti per Lei. Non tutti. Mi piace arrivare per gradi laddove Lei vuole.
Non ancora. Troppi suoni. Troppo sporchi. O comunque, solo ogni tanto. Lei ha un bell’orecchio e sta esplorando la musica coi tempi di chi deve codificare ancora quelli innaturali.
Io sono una creatura di suono distorto. La musica mia m’ha salvato la vita. Tante volte.
Solo oggi sento il cuore partire e sgrano gli occhi e mi guardo quasi con imbarazzo: ma davvero? Davvero sto per piangere perché è troppo tempo che non ascolto gli Interpol?! Mio Dio.
Ma.
Perché non mi faccio fischiare le orecchie? Perché non ballo fortissimo? Perché non urlo?
Perché mi dimentico.

Mai dimenticare di fare le cose che ci salvano la vita.
Non è tempo di riposare, nemmeno adesso. Non c’è riposo. Sempre a chiedersi altro. Sempre ad esplorare altro. Sempre a darsi tutti completamente al nuovo passaggio iniziatico.
Sia fatta la tua volontà.
Ita est.
Amen.

Ma mai dimenticare.
Soprattutto, mai dimenticare di avere bisogno del rock n roll.

Alla fine ho i capelli più corti che io abbia mai portato.
Ho sempre pensato di dover tenere molto volume in testa per equilibrare quello di sotto. Troppo grossa io per avere testa scarna. Ho sempre pensato che i miei ricci fossero la sola cosa bellissima del mio corpo. Adesso loro battono in ritirata. Insieme al mio seno bello. E mi lasciano a cercare altro.
Così me ne torno a casa corta corta. E un po’ riccia anche, giusto oggi si sono riarricciati, prima di tagliare. Bah.
Me ne torno e mi sento i Deftones facendo ripartire la prima traccia a ripetizione prima che 0:00:00 diventi 0:00:01. Quella lì. Per ridere di quando lo facevo da piccola. A dirmi ancora, ancora come i bambini. E per fare come tornare a casa e vedere quanto è bella quando è da un po’ che non te ne accorgi.

Che c’entra tutto questo con Lei?
C’entra tutto perché per insegnare ad essere felici ci vuole una bestia di mamma Felice.
La felicità, come la libertà, è una forma di disciplina.

When you walk into this world
Walk into this world with your head up

Headupheadupheadupheadupheadup

Benedetta crisi

Ieri compiva sei mesi. Avrei voluto la giornata del mulino bianco, io coi riccioli setosi e un abito scollato, lei col vestitino verde bosco pulito, sorridenti e abbracciate. O al limite anche una delle nostre giornate mammifere tipo, anche un po’ zozze, ma avviluppate l’una all’altra, in comunicazione sincrona e perfetta.

Invece no, è una giornata di crisi. E perché è una giornata di crisi? Perché lei ha sei mesi, e cresce, e io ho sei mesi insieme a lei, e cresco.

La crisi è, precisamente, un giorno che arriva a cicli più o meno regolari ogni tot di giorni in cui, dopo la crisi precedente, ci sintonizziamo sempre meglio, comunichiamo sempre meglio, arriva la conquista di qualcosa -di solito competenze nuove sue e consapevolezze mie- tempi nuovi, indipendenze, passi.
Arriva l’idillio, una manciata di giorni in cui tutto è perfetto.

E poi ta-daa. La crisi.

La crisi è quando il modo che hai usato fino a quel momento scricchiola ma tu continui ad usarlo perché è quello noto e, per questo, il più facile da mettere in atto. La crisi viene apposta per farti scricchiolare quello che c’era prima e farti rifare tutto daccapo, o quantomeno fartici rimettere le mani.

Lei.

Sei mesi fa lei ha rifatto il Mondo daccapo. Ha cambiato tutto. Niente è come era. Alcune cose sono scomparse, altre sono venute. Quelle che c’erano sono diverse, alcune hanno cambiato di posto, altre sembrano perse, poi si ritrovano, ma uguali uguali non sono nemmeno più quelle ritrovate. Certe altre stanno lì, e non so più cosa farci, e non mi ricordo nemmeno più cosa ci facevo prima.

Lei è crisi.

Come si può immaginare di avere in casa e sempre appiccicata addosso una personcina che è Crisi allo stato brado, rivoluzione pura, e scampare La crisi? Dunque era per mantenere tutto così come era prima che uno fa un figlio? Era per conservare i miei tempi e i miei spazi esattamente come prima che ho Voluto che Natura facesse la sua volontà?

Ciclicamente arriva la crisi, e invece che festeggiare e basta, festeggiamo in crisi. Allora già che ci siamo, festeggiamo pure la crisi.

Sei mesi di vita nuova in cui abbiamo imparato ognuno da solo e poi a coppie e poi tutti e tre un sacco di cose nuove, tra cui a benedire questa crisi che ogni volta -zac- ci fa fare un saltino in avanti.

Violenza intraspecifica

Mi sono rotta.
Mi sono rotta e non mi riesco a riparare.
Mi sono rotta un pezzettino che funzionava, e funzionava non si sa bene perché. Forse come quel famoso calabrone che vola solo perché non conosce le leggi della fisica. C’erano le mie leggi, quelle cose che uno è grande e quindi lo sa come è fatto. Sai cosa ti va bene e cosa no. Allora c’erano queste leggi, queste regole scolpite. Siccome però era un periodo in cui tante regole e muri crollavano, allora mi sono fatta trascinare da questa sensazione bellissima di abbassare le difese, di aprire le porte. Evviva, braccia aperte e baci e abbracci. Pure se le mie regole dicevano no no e no: categoria pericolosa, tenersi alla larga. Educata e buonina, ma alla larghissima. E invece no, l’amore trascina tutto e diciamocelo, buttare giù i muri contiene quel sacro furore che ti fa sentire libero e potente. Buttare giù i muri, dannati loro, è bello. Pure, per una come me, è bello dirsi: stronzetta, ti eri sbagliata. Lo vedi che ad essere così roccia ti potevi perdere questa cosa bella che ora hai? Oh. Ma che piacere a sorpresa può giungere, talvolta, dal violare le proprie regole di difesa di quel fortino con dentro la fiducia. Pensavate fosse
il fortino con dentro il cuore?! Non esageriamo. Eppure un po’ di cuore ci doveva essere finito.

Mi sono rotta e un po’ di cuore c’era finito,stranamente, a dirmelo è la rabbia bruciante che distrugge tutte le strade. Tutte le strade tramite le quali cerco di arrivare all’uscita di questo labirinto di odio. Tutte le strade che cerco per liberarmi di questa bruttezza che sono stata obbligata a guardare.

Mi sono rotta e non è vero che va tutto bene per forza quando hai un miracolo di mammiferino da annusare. E’ vero invece che ti arrabbi di più, che senti più aspra la ferocia, che reagisci più violentemente al pericolo. Perché è dall’inizio che vado dicendo che sono rotta  e che non mi riparo ma non sono una cosa che si rompe, sono melamammalia. E come tutte le bestie, una volta subita l’aggressione, certo non porgo l’altra guancia né offro ancora il collo.

Mi sono rotta e so che al pericolo l’istinto reagisce con la fuga. Il pericolo chiede una più stretta protezione dei cuccioli e l’allontanamento dalla fonte del pericolo.

Mi sono rotta perché sono stata aggredita e non mi riparerò perché è con il pericolo e l’istinto di fuga che combatto.

mammal blues

Abbiamo dormito abbracciati, lasciandoci e tenendoci, tutti e tre, a due a due, tutti, e poi tutti insieme in tre, arrotolati, sovrapposti. Mani e piedi e seni e pance e piedini, manine, guanciotte, bocche grandi, piccola bocca profumata. Abbiamo un po’ grugnito, sorriso, aggrottato la fronte per una tetta che scappa, per una mattina che chiede il risveglio, per la voglia di grufolare ancora un po’. Per il nostro tre che non si vuole mai sciogliere. Il nostro due ha appiccicato al nostro tre questa fame di pelle e di odore. Quanti millenni sono che ci annusiamo, noi?

Allora la mattina sa meno di uffa poteva durare ancora un po’
, Ottobre è meno cattivo,forse, stavolta.

Lei che apre gli occhi e sorride. Un grande grande sorriso mentre ci cerca. Ecco lei, ecco lui, bene siamo tutti. Posso sorridere.

Questa fiducia qui, questo affidarsi, questa felicità, ogni mattina, mi fa girare la testa. La guardo e mi gira la testa, letteralmente.

Sta scritto.

Non si tratta di ansia. Tantomeno di possesso.

Dareste della possessiva a una leonessa? Direi di no. “Segue il suo istinto”. Dite. Ah, ecco.

Una madre umana è fatta allo stesso modo. L’istinto è lo stesso, identico, potete pure urlarmi contro che dico fesserie ma se vi mettete a studiare un po’ scoprirete che l’istinto è lo stesso. Solo che non tutte ci consentiamo di metterci nella condizione per accedere a quell’istinto. No. Perché ci siamo tutti messi a ravanare tra Natura e Cultura, andata e ritorno, andata e ritorno e in questi giochetti noi homo sapiens ci rimettiamo sempre tanto, se non tutto, tutta la sapienza selvaggia, e rischiamo di diventare tutti degli insulsi Homo troppo Sapiens.

Ci si mette a questionare l’evoluzione umana nei manualetti di puericultura da due soldi, nei libretti sui metodi per far fare cose ai bambini. Diventano best seller quanto più si pongono a contrasto con il comportamento che verrebbe naturale se ci ricordassimo che siamo mammiferi, se dessimo uno sguardo a quello che fa coi piccoli la gatta randagia che la mattina lascia le impronte sulla macchina prima che andiate in ufficio.

Quando una donna partorisce come Natura comanda il salario minimo garantito per tutto quello sconvolgimento è una botta di ormoni che altro che il lievito madre di Bonci, quelli si che sono antichi. Oltre ad essere antichi quegli ormoni sono pure l’indicazione al miglior mix possibile di comportamenti utili a garantire la sopravvivenza di cucciolo e madre. Una roba potentina, come dire. Un pacchettino di istruzioni redatto da Sua Maestà Natura in persona, perfezionato nel corso di millenni.

Ed è là che sta scritto TUTTO. Nulla deve fare una madre se non affidarsi. Volendo si potrebbe abdicare ad ogni volontà e seguire solo le istruzioni degli ormoni. Sono i suggeritori delle migliori strategie di maternato dalla nascita dell’Uomo (della Donna! Da sola, senza costolette di maschio di mezzo) ad oggi.

Sta scritto tirala su dal sangue, tienila addosso e aiutala a nutrirsi, subito, prima che sia freddo, prima che sia tardi. Sta scritto annusala, e in quell’odore riconoscila, lei per te, te per lei. Leccala, tienila addosso, sulla pelle, sentila succhiare il seno, ascolta i corpi rispondere. Sta scritto non lasciarla mai, fiuta i predatori, ogni odore altro è male. Tienila vicino la notte, che si scaldi, e si nutra, e resti attaccata alla vita. Dorme lei per quietare il mondo tutto, tu sii vigile ad ogni rumore, pronta a sfamarla, a scappare, a difenderla. Riposati dentro quegli squarci di infinito mentre il succhiare libera ondate di pace e torpore, allora si, dormirai.

E’ là che sta scritto tutto. Ed è là che certe cose non stanno scritte affatto.

Quindi state pure sereni. Il possesso non è qui. Il possesso magari è quella roba con cui vi siete invischiati dopo aver cercato di far diventare un bambino indipendente a tre mesi e poi non riuscite a mollare un trentenne alla sua vita e alla sua volontà.

Santa Sangre

Quattro mesi fa esatti, dopo nove senza sangue, vedo il sangue e chiamo: Amore! c’è il sangue!
Così inizia la strada mia e di Lei, col sangue. Il sangue, poco, che avvisa. Che dice qui stiamo iniziando ad aprire il fiore di carne rossa e sangue. Il sangue.

Il sangue rosso acceso.

Pensavo al sangue mentre il travaglio non partiva, al sangue che volevo vedere. Al sangue bello che avrebbe avvolto Lei, nuova e sacra. Il sangue sacro della nascita. Il sangue dall’odore di sangue più inebriante.

Sangue! Santo! Santo! Santo!

Il sangue sul letto grande di casa mia. Il sangue sul letto dell’amore di casa nostra. Il letto pieno di sangue. Il cuscino col sangue. Le mani sporche di sangue. Lei bella, pulita, profumata di liquido amniotico e sangue. Profumi sacri che non dobbiamo farci sottrarre. Significa annusare la vita vera, senza sconti, senza privazioni, senza predatori e mutilazioni. Il sangue bello della vita, quel sangue che profuma un po’ di sesso, che fa venire quasi l’acquolina, che non ha il tono freddo del sangue di ferita, quello sa di ferro, no. Sangue che sa un po’ di mare, un po’ di conchiglia, di miele d’amore.

La placenta di carne e sangue, bella, potentissima. Le sfumature di bianco, rosa, rosso, viola. E l’odore di sangue, di quel sangue uguale a nessun altro sangue.

I rivoli di sangue nell’interno delle cosce, sui polpacci, una goccia di sangue su un piede, sul piede sinistro, quello con la Luna. La Luna e il sangue.
Le lenzuola bianche e il sangue. La doccia e il sangue. L’asciugamano di lino e il sangue.

Poi sangue che pulisce, il sangue che accompagna i primi giorni, il sangue che ti dice rimetto tutto a posto, rimetti tutto a posto, tu e Lei rimettete tutto a posto. I crampi e il sangue, il dolore che sa. Il dolore e il sangue che sempre sanno come si fa.

Il sangue della placenta conservata e seppellita ad un anno da quando è iniziata a crescere, ad un anno da quando ho scoperto che Lei c’era. La placenta ancora profumata, ancora stillante sangue rosso, sangue bello. Il sangue nella terra, il sangue che imbeve la terra.

Quattro mesi fa esatti, dopo nove senza sangue, vedo il sangue e chiamo: amore! c’è il sangue!

E di nuovo. Amore, c’è il sangue. Il sangue che dice qui è terra fertile. Il sangue che ti lascia stupita e stordita come se non l’avessi visto mai. Il primo sangue, ancora sangue nuovo. Ancora prodigi del sangue dentro i cicli naturali che si archiviano come dati medici in una cartella clinica. I cicli che dimentichiamo di osservare, di celebrare, di ringraziare.

Il sangue nuovo della terra fertile, della terra di nuovo fertile grazie al sangue. La Gratitudine per il Sangue.

Il sangue, Santo, Santo, Santo, Santo, Santo.