Passo le giornate a mangiare nocciole

Non sei ancora tornata a lavoro.

Stai a casa con la piccola.

Come passi le giornate.

Scegliete pure voi la punteggiatura, se interrogativa o esclamativa. Il risultato cambia poco. L’assoluta impossibilità di pensarsi e pensare l’altro fuori dal lavoro. Chiunque non lavori, o si sia preso una pausa, è un ignoto di tempo da spendere. Se hai un figlio che non va al nido allora sei oggetto di tiranneggiare da parte del piccolo despota. Dio. Che. Noia.

Dunque se non vai a lavoro allora stai a casa con la piccola. Oddio, a dire il vero no. Cioè si. Qualche volta, spesso. Poi anche usciamo. Spesso. Facciamo delle cose. Ne facciamo parecchie a dire il vero. Più o meno come tutti: faccio molte cose, ne vorrei fare di più, questo spesso causa una sensazione di frustrazione per quelle che avrei voluto fare e non ho fatto.

Perché, voi non ce l’avete? a me pare di ricordare, della mia vita PRE, che ne avevo a secchiate di questa sensazione qui.
A dire il vero, ce l’ho meno adesso di prima perché anche se io stessa sento che il tempo solo mio  (anzi tempo-per-me è la dicitura standard) esiste poco, sento anche che non so bene che farmene di tempo solo mio quando il tempo condiviso con Lei è questo tempo che non tornerà un’altra volta.

Non è solo il tempo (seppur sacro) dell’accudimento.
E’ un tempo che da fuori sembra tutto uguale: stai a casa con la bambina è il perfetto racconto dell’immobilità percepita di questa situazione che invece è sempre in movimento. E’ un tempo che ha tempi sempre diversi, un tempo che ha dei cicli che sembrano infiniti e invece sono tempi piccolissimi. A nove mesi di distanza dalla sua nascita ho attraversato già tantissimi cicli che sono minuscoli visti da qui, ma che mentre accadevano erano un presente che sembrava non poter avere fine.
Funziona così.
E come nell’innamorarsi, è tutto presente proteso al futuro ma che non si perde nel futuro, resta qui.
Non è solo tempo dedicato a. Non è solo donarsi a. Non è solo sacrificarsi per.

Mi è urgente dire che, di fatto, questo tempo è un tempo per se stessi. Uno dei tempi che può essere anche per se stessi, che dovrebbe esserlo.

Se. E solo se. Ci si concede di stare in quel tempo.

Poi mi chiedono come passo le giornate adesso che non lavoro, se mi mancano gli adulti, se voglio riprendermi il mio tempo, se vorrei farmi un aperitivo alcolico e ,oddiomio, il vuoto. Non si possono dare risposte intelligenti a domande banali, mi pare.

Mangio nocciole.

Mangio queste nocciole tostate perfette. Non sono buone, sono perfette. Chissà che nocciole saranno. La Tonda G
entile del Piemonte? Tonde sono tonde, tondissime. Gentili son gentili, gentilissime, di una gentilezza rara. Saranno nocciole dei Cimini? Chissà. Le nocciole sono sempre piemontesi, o di Viterbo. Devo ricordarmi di chiedere il nome del fornitore ai miei amici dell’Emporio, mi serve perché credo di dovergli mandare pensieri di Gratitudine mentre le mangio.

Un morso di cioccolato fondente e una nocciola. La sera.
Una nocciola e un grano di sale. Il pomeriggio.
Una nocciola prima del caffè. Una nocciola dopo il caffè.
Ne mangio davvero tante, nocciola dopo nocciola, ne ho finito un sacchetto in meno di due giorni.

Mangio nocciole. Passo le giornate a mangiare nocciole.

Puericultura collosa

Ieri è stata una brutta giornata. A cui è seguita una brutta nottata. A cui è seguito un brutto risveglio e qualche brutta ora di una brutta mattina.
Poi c’ho questo amore grande che salva la vita, anche se arriva in ritardo su qualche brutta ora di qualche mattina, però salva la vita sempre e allora per celebrare e siccome ero rimasta senza colazione sono andata a fare colazione fuori. Volevo un cappuccino imperiale, con la schiuma soda tipo Guinness e un cornetto grosso, ben cotto e profumato. Ho legato la piccola in fascia, davanti, ché dietro ancora non mi sento sicura, e sono uscita. Andando ho chiamato un’amica, abbiamo parlato di figli, di vacanze, di cibo, di vestiti e ci siamo date appuntamento. Un nuovo paradigma di conversazione, gratificante e rassicurante e che soprattutto non necessita la frase “beviamo una cosa”. Ci sono stati tempi in cui non potevo pensare di vedere qualcuno senza “bere una cosa”. Sono sicura che là fuori, tutti continuano a vivere così, senza di me. A bere cose per dirsi cose.

Cammino, distendendo piano piano tutti i muscoli nervosi. Arrivo al bar, mi innervosisco perché uno mi passa davanti nella fila e mentre aspetto il mio nuovo turno ho il tempo di pensare a quanto divento iper reattiva quando sono nervosa e a quanto questa iper reattività fosse una norma mesi fa. Sono stata molto arrabbiata nelle ultime ore e adesso tendo a scattare, tollero pochissimo questa cosa perché mi sto disabituando; è complesso mollare le abitudini, soprattutto quelle cattive. E nel periodo in cui le lasci quelle protestano perché non ne vogliono sapere di sloggiare, ed è un gran casino.

In questo tumulto conquisto cornettone e scontrino e arrivo al bancone. Il tipo fa cappuccini splendidi ma chiacchiera troppo. Tutti in questo quartiere chiacchierano troppo e questo ti impedisce di essere incazzato, di stare al bancone di un bar zitto e adombrato. Qualcuno ti strapperà sempre dalla tua solitudine qui. Io ero tutta presa dalle mie lotte interiori, momento delicatissimo. Volevo solo sciogliere tutto dentro la schiuma del cappuccino, me lo volevo sentire sui baffi e leccarlo senza dare nell’occhio.

Sento il suo sguardo posarsi sulla bambina in fascia, è un attimo:

“E certo stanno bene là dentro però poi quando te li scolli”

Continua: “mi fio lo tenevo sempre io e nun me se scolla manco mo’ invece mi fia la teneva sempre mi moje e je sta sempre incollata”.

Incollati. Scollati.

Io avevo questo sorriso tipo paresi. Lo guardavo e sorridevo. Con gli occhi tondi e vuoti. Ma perché.

Me ne sono andata via un po’ basita, con la faccia piegata di lato tipo cagnolino. Ma perché.

Il cappuccino era divino. Ma perché.

Perché devono sempre rovinare tutto. Perché dovete tutti parlare.

E mentre andavo via mi immaginavo sti ragazzini con la superficie collosa tipo quella delle buste. La colla che reagisce al contatto umano. Se li tieni nel passeggino e nell’ovetto e nella culla e gli fai venire la plagiocefalia e la calvizie localizzata sono salvi per sempre, mentre se te li tieni addosso la colla reagisce, chissà col sudore magari e zac, sei fottuto.

Te se’ncolla pe’ tutta ‘a vita er pupo.

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Sta scritto.

Non si tratta di ansia. Tantomeno di possesso.

Dareste della possessiva a una leonessa? Direi di no. “Segue il suo istinto”. Dite. Ah, ecco.

Una madre umana è fatta allo stesso modo. L’istinto è lo stesso, identico, potete pure urlarmi contro che dico fesserie ma se vi mettete a studiare un po’ scoprirete che l’istinto è lo stesso. Solo che non tutte ci consentiamo di metterci nella condizione per accedere a quell’istinto. No. Perché ci siamo tutti messi a ravanare tra Natura e Cultura, andata e ritorno, andata e ritorno e in questi giochetti noi homo sapiens ci rimettiamo sempre tanto, se non tutto, tutta la sapienza selvaggia, e rischiamo di diventare tutti degli insulsi Homo troppo Sapiens.

Ci si mette a questionare l’evoluzione umana nei manualetti di puericultura da due soldi, nei libretti sui metodi per far fare cose ai bambini. Diventano best seller quanto più si pongono a contrasto con il comportamento che verrebbe naturale se ci ricordassimo che siamo mammiferi, se dessimo uno sguardo a quello che fa coi piccoli la gatta randagia che la mattina lascia le impronte sulla macchina prima che andiate in ufficio.

Quando una donna partorisce come Natura comanda il salario minimo garantito per tutto quello sconvolgimento è una botta di ormoni che altro che il lievito madre di Bonci, quelli si che sono antichi. Oltre ad essere antichi quegli ormoni sono pure l’indicazione al miglior mix possibile di comportamenti utili a garantire la sopravvivenza di cucciolo e madre. Una roba potentina, come dire. Un pacchettino di istruzioni redatto da Sua Maestà Natura in persona, perfezionato nel corso di millenni.

Ed è là che sta scritto TUTTO. Nulla deve fare una madre se non affidarsi. Volendo si potrebbe abdicare ad ogni volontà e seguire solo le istruzioni degli ormoni. Sono i suggeritori delle migliori strategie di maternato dalla nascita dell’Uomo (della Donna! Da sola, senza costolette di maschio di mezzo) ad oggi.

Sta scritto tirala su dal sangue, tienila addosso e aiutala a nutrirsi, subito, prima che sia freddo, prima che sia tardi. Sta scritto annusala, e in quell’odore riconoscila, lei per te, te per lei. Leccala, tienila addosso, sulla pelle, sentila succhiare il seno, ascolta i corpi rispondere. Sta scritto non lasciarla mai, fiuta i predatori, ogni odore altro è male. Tienila vicino la notte, che si scaldi, e si nutra, e resti attaccata alla vita. Dorme lei per quietare il mondo tutto, tu sii vigile ad ogni rumore, pronta a sfamarla, a scappare, a difenderla. Riposati dentro quegli squarci di infinito mentre il succhiare libera ondate di pace e torpore, allora si, dormirai.

E’ là che sta scritto tutto. Ed è là che certe cose non stanno scritte affatto.

Quindi state pure sereni. Il possesso non è qui. Il possesso magari è quella roba con cui vi siete invischiati dopo aver cercato di far diventare un bambino indipendente a tre mesi e poi non riuscite a mollare un trentenne alla sua vita e alla sua volontà.

Troppo in braccio no, si vizia. Dalla a me!

E a un certo punto era là, in braccio ad una sconosciuta che in nome dei tanti anni di villeggiatura con suo padre bambino, aveva deciso che doveva tenere mia figlia in braccio, stringerla a se, financo baciarla.
Lei non era contenta. Per niente. Non piangeva, perché è una bambina che piange molto poco.
Così accade che la signora pensa di potersi portare in braccio mia figlia, perché non piange.

Chiaro.
Certa gente è abituata a dar retta ad un bambino SE piange e QUANDO piange. Perché se il bambino piange si può accettare (forse) l’idea che voglia dirci qualcosa.
Se il bambino non piange va bene così, qualsiasi altra cosa faccia oltre non piangere. Non piange, sta bene. Punto.

Con i bambini ci si sente liberi di fare cose che con altre persone, adulte, non ci si sognerebbe mai di fare se non previa espressione di consensualità. Fare a qualcuno qualcosa senza essere certo che questo qualcuno ne abbia voglia è sopruso. Violenza.
Se qualcuno in metropolitana mi bacia posso denunciarlo. O anche picchiarlo volendo.

Il bambino non viene considerato persona. Del bambino non viene considerata la dignità e la volontà. Per questo viene violato.
Quando si va verso un adorabile nanetto tutti squittenti e sorridenti e si inizia a toccarlo ovunque, a stropicciarlo, a baciarlo, lo si prende in braccio e lo si porta a spasso (preferibilmente allontanandolo dalla madre) non si fa MAI il volere del bambino, si agisce solo ed esclusivamente nel nome del proprio piacere. Perché fa molto piacere toccare un bambino.
Suona male vero?
Soddisfazione di un desiderio attraverso il contatto fisico con un bambino. Suona malissimo.
Beh, ve lo dico: è quello che fate.

L’altro aspetto interessante di tutta questa faccenda è che questi rapitori di bambini, ossessionati dal bisogno di tenere mia figlia, sono tutti molto molto preoccupati perché io la tengo TROPPO in braccio. Che così si vizia. Che così poi non sa stare da sola.
Quindi praticamente la versione sana sarebbe che la madre la tenga poco in braccio e che loro invece la tengano liberamente. Basti solo questo ad archiviare la pratica come follia di branco, neh!

Per me è stato forte. Rispetto ai primi giorni dopo il parto la ferocia animale in difesa del cucciolo si è un po’ ridimensionata, è meno violenta, ha meno il suono dell’agguato di una pantera. Ma sta lí. Pronta. Sempre.
È stato forte perché non solo ho sentito ma ho visto che è tutto giusto, tutto sacrosanto, tutta questa strada di istinto che criticano o provano a scardinare è giusta, giusta per noi. Perfetta per noi tre.
È stato forte perché dopo averci provato con le buone il Padre ha invaso il corpo della signora che invade i corpi dei bambini, ha forzato la morsa delle sue braccia e s’è ripreso nostra figlia. E fanculo le buone maniere dei salottini borghesi con l’argenteria poggiata sul pizzo color ecrú.