Di invasioni e rifugi. Del parto in casa.

Nei giorni passati, durante ore di attesa in un reparto di maternità, mi sono resa conto che non avevo mai fatto quell’esperienza. Nemmeno ero mai andata in un reparto maternità nell’orario di visita, quel rituale dell’invasione non mi è mai piaciuto. Non mi è mai piaciuto farlo, ancora prima che riceverlo.

La prima volta che ho partorito avevo vent’anni e avevo messo al mondo senza saperlo un guerriero rimasto troppo poco su questa terra. C’è da dire che avendo vent’anni è difficile che tu abbia visitato amiche che hanno partorito. Avevo vent’anni e me lo ricordo ancora lo shock delle visite, per cui giammai essere io a profanare i primi giorni. Anche se vedere qualcuno fa piacere, anche se lo si fa con affetto, anche se è tanto bello da fuori andare a far visita.

In questi giorni di visite nel reparto maternità guardavo quelle mamme da poco e riconoscevo sui loro corpi i segni del disagio.
Tu passi e loro si voltano impercettibilmente.
Entra nella stanza lo zio del letto tre (sei un numero di letto, non una persona) e loro si coprono con quelle lenzuola pesanti fino a sudare.
Vorrebbero andare in bagno ma non si alzano perché in stanza c’è, che caro a venire, un collega, o un superiore. Mio dio. Gente con cui sei abituata a interagire in configurazione tu tailleur-lui abito blu che si mette il pantalone beige (secondo loro disinvolto come nei loro casual friday), piglia un mazzo di fiori e viene in ospedale il giorno dopo che hai partorito. E tu schiacciata in un letto, mentre loro ti guardano dall’alto. E tu sorridi e speri che finisca presto. Come le violenze. Il corpo delle donne. Il terreno dell’eterno sopruso strisciante.

“Non ce la faccio più, non finiscono mai”

Gente non selezionabile. Vicini di casa, preti, amici d’infanzia, gente che accompagna gente, in un flusso interminabile. Tu vuoi alzarti, bere, dormire, annusare tuo figlio. Mettertelo addosso.
Provare ad allattarlo forse ?!  dunque potremmo metterci così vedi amore, ecco no, così no, aspetta, mi fanno male i punti. Allora di qua, proviamo, dai.
Ecco, ora succhia.
Entra qualcuno, ciaooooooo mamminaaaaaa, coi fiori e i cioccolatini,e tu tirati su, saluta, fai la riverenza.

Ripeti la sequenza per tre ore e poi sentiti dire che il pupo non si è ancora attaccato, che tu non hai abbastanza latte e che devi dargli l’aggiunta, perché se no son guai.

Magari, siccome puzzi o pensi di puzzare e non ti sei riuscita a lavare, e siccome viene la segretaria del capo, allora ti sei messa il deodorante subito prima dell’ora x, prima che aprano le porte, e il pupo non si attacca per quello.

“Ma non sono un po’ troppi?”
“E come faccio? Che gli dico? Poi ci restano male”

Invasione. Non esistono altre parole.

Se ti va bene partorisci in un posto dove puoi tenere il bambino vicino a te ma attenzione, anche durante l’orario di visita, che ho scoperto essere lunghissimo. Anche se i visitatori dicono che sono “solo” poche ore.
Questo vuol dire che un esserino venuto al mondo qualche ora prima si ritrova bersagliato da mille voci, mille odori, mille germi. Perché nessuno ha pietà, il branco prende e divora e tutti devono toccare l’altro corpo su cui si opera sopruso, il corpo nuovo del neonato che se ne sta  indifeso in attesa di segnali rassicuranti. Il corpo della madre, straziato di Creazione, non può che sentirsi fuori luogo, non adatto ad essere guardato. E non lo è! E’ un corpo sacro, va tenuto protetto per qualche tempo, va accarezzato, in penombra, va riconosciuto, amato, ricostruito. Con lentezza.
Il corpo del figlio, che non sa di esistere lontano dal corpo della madre, è attaccato all’unico odore che conosce che deve stare.

Le lampade, sti neonati infagottati, “sa signora, l’ipotermia”, ma dio santo attaccateli al corpo nudo della madre e altro che ipotermia!

Li lavano appena vengono fuori dall’utero, e non sarebbe necessario perché non sono sporchi, e poi li lasciano sporcare delle mani estranee, tantissime, che stropicciano le piccole dita, tantissimi odori diversi che lo confondono.

L’odore nauseabondo dei corpi anziani poco lavati, le colonie, i profumi, mani intrise di nicotina, alitosi da carie, fiati di alcol e sigarette, gomme da masticare, succhi di frutta, caffè, abiti sintetici, lacca per capelli, smalto, olio per il corpo, fondotinta, rossetti, plastica di palloncini, fiori recisi in acqua vecchia non cambiata…

Tutto in una stanza microscopica dove un bambino annusa il mondo per fiutare la sua Casa, sua Madre.

Io.
Io avevo vent’anni, poco più, e oggi so, fortissimamente, che quel parto fu un bel parto perché avevo vent’anni, nessuno mi credeva, nessuno mi sentiva, nessuno mi vedeva. C’erano due tizie che urlavano parolacce durante il travaglio ed avevano, grazie a Dio, tutto lo staff in turno attorno. Io ero stata dimenticata. E quella fu la mia fortuna. O il primo segnale verso i miei numi tutelari.
Il monitoraggio parlava chiaro (???) non avrei partorito prima della mattina successiva, sicuro, però già che sei qui, resta.
Io benedico quel caos che mi ha protetta. Quando da sola ho sentito la testa e ho fatto chiamare, nessuno, nemmeno allora, ci ha creduti, eravamo giovani e avevano deciso che non sapevo partorire.

Invece sapevo partorire come tutte le donne sanno fare a patto di non essere disturbate.

Ovviamente poi mi hanno obbligata a mettermi nella posizione a loro più comoda, a loro, non a me.

“Ma come faccio” “E come fai, ti siedi”

Un abuso di potere. Ah cattiva ragazza, hai voluto far tutto da sola fino a qui? E mo’ ci penso io a rimetterti in riga, a farti vedere chi comanda qui. Con la testa già in vista, siediti sulla sedia a rotelle e fatti mettere sul tavolo da macello, in punizione. Ovviamente mi venne praticata un’ episiotomia non necessaria, come non lo sono praticamente tutte. Non mi hanno nemmeno avvertita, perché tu partorisci, ma quello che succede sembra essere roba loro, stramaledetti. Parlano d’altro mentre ti tagliano la carne. Me li ricordo ancora. Una mutilazione. Una violenza. Se fosse accaduto adesso avrei sporto denuncia. Sono felicissima di leggere ogni tanto notizie di donne che lo fanno. Lo so ancora oggi dove sta. Se ci passo il dito, lo sento.

E invece se passo il dito dove la carne si è aperta da sola per la mia seconda bambina, no.

Lei è nata sul lettone di casa. Le gatte a fare la guardia sulla soglia, come si confà a due gatte di strega. Lui sul letto con noi e le ostetriche attorno, in una presenza costante, attenta e invisibile.

Il giorno del suo compleanno, pochi giorni fa, mi sono stesa lì, c’era la stessa luce, e ho sentito perfettamente che è stato tutto giusto. Non solo, ma ad un anno di distanza vedo chiaramente quanti pezzetti della nostra storia si sono incastrati perfettamente tra loro grazie alla scelta di partorire in casa. Molti aspetti della vita di una nuova famiglia sono manufatti artigianali che vanno rifiniti, smussati, levigati, lucidati, e spesso alcune parti richiedono un lavoro faticoso. Un parto in casa prepara a questo lavoro nella maniera più spontanea. Non ci sono sconti ma non ci sono intrusioni. E’ tutto crudo e luminoso esattamente come deve essere.

Quello che di più prezioso mi pare di vedere è che durante il travaglio io ero proprio io, lui era proprio lui, noi eravamo proprio noi. Il nostro modo di stare insieme, il nostro modo di litigare, il nostro modo di crescere, il nostro modo di toccarci, di fare sesso. Il nostro modo di essere felici e di scherzare.
Tutto mio. Tutto nostro. Di nessun altro.
La sensazione di competenza, di potere, di adeguatezza, di serenità che si produce nei genitori durante un parto in casa è un’assicurazione sulla serenità dei primi mesi di vita di un bambino, e forse anche oltre.

La sicurezza. Io non avevo paura di niente. E non avevo paura di niente perché non temevo di essere aggredita.

Una sicurezza che non è un proclama hippy, è provato che nel parto ospedalizzato si rischiano interventi non necessari anche rischiosi. Non smetto di pensare che in ospedale avrei potuto avere un cesareo. Acque rotte da 24 ore e cordone intorno al collo di solito vengono “risolti” in questo modo. Invece noi avevamo bisogno solo di tempo. Abbiamo seguito la profilassi come da protocollo, in casa. Antibiotico dopo 24 ore dalla rottura del sacco, amorevolmente somministrato appoggiate al tavolone del salone tra una contrazione e l’altra, perché a quel punto io e la piccola avevamo iniziato la danza verso la nostra metamorfosi. E poi il cordone sciolto durante la nascita.

Le ostetriche. Le mani operose ed esperte ma discrete, non me le sono mai sentite addosso ma sempre accanto.

Mentre addosso, da subito, ho avuto Lei. Il prodigio, lo sguardo nuovo e sapiente dritto nel mio. Eccomi qui.

Ogni tanto riguardo delle foto preziose scattate durante quelle ore e non mi sembrano vere. Non credo di essere mai stata più bella di così.
In casa mia, col mio accappatoio. Lui con la futa yemenita. Il tavolo imbandito come per una colazione infinita, come le colazioni dei giorni di festa. Le mie bandierine con le divinità del parto, l’olio di gelsomino, i datteri, il pane e olio.
L’acqua. Tanta. Come in ogni cosa sacra.

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