Qui

L’ultima volta era sarcasmo e non sono stata capita. Anzi no, non mi sono spiegata. No no, proprio non sono stata capita.

Quel tono con cui ti spiegano di non dire mai che sono gli altri a non aver capito ma tu a non esserti spiegato. Avete presente no? Quando è la prima volta? Al Liceo? I più fortunati sicuro si sentono rimproverare così già da prima. Il decoro un po’ borghese di certi codici di comportamento. Interiorizzare che è meglio chinare la testa. Nel dubbio, tu devi dire che è colpa tua.

E giammai dichiarare: ascoltate, no, guarda non avete capito, possiamo ricominciare daccapo? Vi spiego meglio. Ve lo spiego anche perché questa incomprensione mi fa male. Qui. Vedi? Qui.

Tu sai dove è qui.

Tu sai dove è qui perché quel qui fa male anche a te. Costantemente. Perché se di fronte al sarcasmo, madre di fronte a madre, abbiamo bisogno di fare pat pat sulla spalla e compatirci, vuol dire che qui ci fa male, assai, a tutte.

Perché fare pat pat per cose che finiscono mentre accadono e non fare pat pat per quei flussi dolorosi di solitudine? Perché dobbiamo far finta di niente. Perché da qualche parte abbiamo accettato di dover negare quel dolore qui. Perché non appena apri la porta alla dichiarazione di un dolorino qui, apri la porta anche al fiume in piena dell’aggressione.

Sono un po’ stanca. E ti credo, te la tieni sempre addosso.

Non riesco a fare molto. Io con te facevo tutto.

E’ solo un po’ faticoso. Ma se sei sempre tutta sistemata.

Non sto riuscendo a scrivere. Beh dipende da te. 

Perché ci hanno insegnato a rimanere in superficie. Perché ci hanno insegnato a dire “non mi sono spiegato”. Perché empatia è una parola abusata e sconosciuta. Perché nessuno di noi è stato cresciuto in maniera tale da poter imparare a dirsi. Perché tutti sappiamo litigare e urlare ma nessuno sa mettersi uno di fronte all’altro dicendosi: allora, io sento dolore, mi hai procurato dolore facendo questa cosa, e se l’hai fatta forse è perché io stessa ho procurato dolore a te. Mi fa male qui, da quando mi hai detto quella cosa, puoi per favore vedere di fare qualcosa con me per rimediare?

Io penso ai bambini che siamo stati. A tutte le volte in cui non siamo stati capiti e abbiamo soffocato quella necessità di spiegarci dentro il senso di colpa che veniva dal non sentirci degni di soffrire per una “cosa così sciocca”. Per quelli come me a cui era stato attaccato il cartellino con scritto “bambino ipersensibile” e che quindi venivano un po’ liquidati frettolosamente, da tutti, difettosi. Difettati quasi nel materiale di produzione, troppo fragile, pazienza, si romperà. E ti romperai, se decidono che sei destinato a romperti.
Quelli poi cresciuti a farsi la scorza impenetrabile e a sentirsi poi sempre dire che tanto ce la fai. Senza un briciolo di rispetto per quella fatica di bambino. A dover risalire la trincea ogni volta. A sanguinare di sangue invisibile. A sentirsi dire “tanto poi passa”, a sentirsi fare pat pat sulla spalla senza essere.mai.visti.

Io penso che in tutte queste storie di correnti di genitorialità una sola cosa conta: vederli questi bambini. Guardarli. Mettercisi di fronte e cercare di capire chi siano. Chi sei?

Ti fa male qui oggi? Mh. E’ capitato anche a me, senti. Qui. Vieni, vieni. Mettiamo vicini questi qui, qui.

Voi lo sapete dove sta. Cosa è successo a quel posto prezioso di bambini che avevate. E se ne avete fatti, di bambini, un dovere avete: curare il vostro qui, anche per i loro qui. Che sono preziosi.

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