Mangio di corsa

Mangio veloce.
Non sempre. Mangio veloce perché c’è Lei.
Sta lì e non so quanto resterà lì calma, se è calma. Se non è calma mangio veloce perché non so quanto resisterà prima -non di urlare, non di piangere- prima di dare segni urgenti di “prendimi”. Se sta in braccio a me mangio veloce perché è scomodo. Se sta in braccio a lui mangio veloce così che mangi lui. Se dorme mangio veloce perché così posso fare qualche altra cosa da sola.

Bugia.

SE mangio veloce non è perché c’è Lei. E’ una bugia. E’ dare a Lei qualcosa che non la riguarda. Se mangio veloce è perché vado di fretta. Fretta di cosa non si sa. La fretta non ha ragione altra che la nostra ansia, di cosa non si sa, l’ansia innata, inculcata, ficcata dentro a pressione da giorni consumati correndo. Perché non si sa. Sembra che se non corri sei pazzo, o stupido.
Di volta in volta si appoggia la responsabilità di questo correre su un elemento esterno: nessuno, mai, dirà a sé stesso mangio di corsa per abitudine, è una cosa brutta, non so perché lo faccio e non so smettere.

Ricapitoliamo.
Mi capita di mangiare velocemente un pasto intero, a volte, le volte che mi prende il fuoco e devo fare mille cose e sulla scia corro anche col cibo. Male. Molto male. Quelle sono volte in cui o succede qualcosa che non è Bello oppure rimango mortificata e insoddisfatta.
Mi capita più spesso di mangiare di corsa a un certo punto o di iniziare di corsa e sentire distrattamente che “è per Lei”  (potrebbe piangere, deve essere allattata…no neanche, non sono pensieri, se li guardo sono pensieri vuoti, pensieri di fretta semi cancellati come le scie dei corpi in corsa dei supereroi nei fumetti). Mi capita poi di resettare il respiro e capire che no. Sto correndo. Perché non si sa. Ma di certo non è per Lei. Allora respiro, spesso faccio dei piccoli no con la testa. No no no no. Respiro e zac, torno. Perché significa che ero altrove, non qui e non ora. Ero dopo, o ero prima.
Ogni tanto faccio questo reset quando mi sembra di DOVER mangiare di corsa PERCHÉ SE NO LEI. Lei cosa?  Lei sta qui e ora, tutta qui e tutta ora, Lei non chiede fretta, chiede tante cose ma la fretta quella mai. Basta guardarla per capire come si fa.

Fatto il reset di cui sopra, impegnati un po’ di neuroni, tutto scorre. Voilà, si mangia.
E pensate un po’ certe volte nemmeno serve farlo, certe volte viene tutto bene.

Allora, non è che viene tutto da solo, è un’arte. Questo è fuori di dubbio. Mangiare, lavarsi, pettinarsi, fare tutto è un’arte, soprattutto i primi tempi. Ci vuole organizzazione e calma. Ci vuole di essersi scelti qualcuno di cui fidarsi e con cui ridere e con cui urlare, ma solo poco, e senza volume, che c’è er pupo.

Adesso è così, questa cosa di mangiare. Ma quando ero una donna indipendente, tutta presa da me sola, tutta incernierata dentro la mia soffocante ma avventurosa vita professionale, quando ero tutta ufficio, aperitivi e notti ruggenti…ah! come mangiavo con calma allora!

Mangiavo in una sala mensa grigia grigia velocemente, sperando che finisse presto e cercando di essere grata per quel cibo anche se era proprio tutto triste, e i tavoli sporchi e c’era odore di robacce riscaldate al microonde e di finestre mai aperte. Mangiavo di corsa al ristorante perché dopo c’era la riunione, o la telefonata, o la videoconferenza, o il file da finire, e mangiavo col file che scorreva dentro gli occhi tipo Google glass. Mangiavo un gelato o una pizza di corsa di corsissisima perché ero andata lontana dall’ufficio per non incontrare nessuno e non parlare con nessuno e cambiare aria e però restava poco tempo per il cibo e allora trangugiavo tutto prima di ripartire e correre per non timbrare in ritardo. Mangiavo davanti al computer per finire un file, o una telefonata, o una presentazione, o per stare sola, o perché ero troppo giù per uscire. Mangiavo in un bar in cui si andava perché costava poco, tutti accalcati, con colleghi brutti e cattivi a dire cose che non volevo dire e sentire cose che non volevo sentire. Mangiavo in queste tavolate lunghe coi capi e i consulenti perché ogni tanto tocca, e di mangiare con gente che non amo io non sono tanto capace, stringo i denti e mi viene mal di testa. Mangiavo, nelle giornate campali, in sala riunioni, durante la riunione, quando qualcuno decideva che dovevamo stare tutti insieme e mangiare la roba del catering ordinato apposta per voi, perché fa tanto famiglia e la riunione non si lascia, no no; mangiavo in ostaggio.
Qualche volta meno male mangiavo con le uniche amiche, tre outsider. Quelle volte arrivavamo al ristorante come in guerra, a testuggine, per non subire l’invasione di tavolo da altri, e stare un po’ solo noi, e ridere un po’, iniziare sol sospiro e finire con vabbè rientriamo, se no ci tocca chiedere permesso.

Oggi ho cucinato i ciuffi delle carote in una frittata. L’ho servita con un cucchiaino di salsa di tartufo. Accanto ho messo due carote fresche e un bicchierone d’acqua. Ho cucinato con Lei portata in fascia dietro che si stira per sporgersi e guardare, che parlotta e ogni tanto ride, che allunga le mani, mi tira i capelli, mi lecca la schiena, starnutisce e mi spruzza di bava.

Mi ricordo perfettamente il sapore di ogni cosa.

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