Puericultura collosa

Ieri è stata una brutta giornata. A cui è seguita una brutta nottata. A cui è seguito un brutto risveglio e qualche brutta ora di una brutta mattina.
Poi c’ho questo amore grande che salva la vita, anche se arriva in ritardo su qualche brutta ora di qualche mattina, però salva la vita sempre e allora per celebrare e siccome ero rimasta senza colazione sono andata a fare colazione fuori. Volevo un cappuccino imperiale, con la schiuma soda tipo Guinness e un cornetto grosso, ben cotto e profumato. Ho legato la piccola in fascia, davanti, ché dietro ancora non mi sento sicura, e sono uscita. Andando ho chiamato un’amica, abbiamo parlato di figli, di vacanze, di cibo, di vestiti e ci siamo date appuntamento. Un nuovo paradigma di conversazione, gratificante e rassicurante e che soprattutto non necessita la frase “beviamo una cosa”. Ci sono stati tempi in cui non potevo pensare di vedere qualcuno senza “bere una cosa”. Sono sicura che là fuori, tutti continuano a vivere così, senza di me. A bere cose per dirsi cose.

Cammino, distendendo piano piano tutti i muscoli nervosi. Arrivo al bar, mi innervosisco perché uno mi passa davanti nella fila e mentre aspetto il mio nuovo turno ho il tempo di pensare a quanto divento iper reattiva quando sono nervosa e a quanto questa iper reattività fosse una norma mesi fa. Sono stata molto arrabbiata nelle ultime ore e adesso tendo a scattare, tollero pochissimo questa cosa perché mi sto disabituando; è complesso mollare le abitudini, soprattutto quelle cattive. E nel periodo in cui le lasci quelle protestano perché non ne vogliono sapere di sloggiare, ed è un gran casino.

In questo tumulto conquisto cornettone e scontrino e arrivo al bancone. Il tipo fa cappuccini splendidi ma chiacchiera troppo. Tutti in questo quartiere chiacchierano troppo e questo ti impedisce di essere incazzato, di stare al bancone di un bar zitto e adombrato. Qualcuno ti strapperà sempre dalla tua solitudine qui. Io ero tutta presa dalle mie lotte interiori, momento delicatissimo. Volevo solo sciogliere tutto dentro la schiuma del cappuccino, me lo volevo sentire sui baffi e leccarlo senza dare nell’occhio.

Sento il suo sguardo posarsi sulla bambina in fascia, è un attimo:

“E certo stanno bene là dentro però poi quando te li scolli”

Continua: “mi fio lo tenevo sempre io e nun me se scolla manco mo’ invece mi fia la teneva sempre mi moje e je sta sempre incollata”.

Incollati. Scollati.

Io avevo questo sorriso tipo paresi. Lo guardavo e sorridevo. Con gli occhi tondi e vuoti. Ma perché.

Me ne sono andata via un po’ basita, con la faccia piegata di lato tipo cagnolino. Ma perché.

Il cappuccino era divino. Ma perché.

Perché devono sempre rovinare tutto. Perché dovete tutti parlare.

E mentre andavo via mi immaginavo sti ragazzini con la superficie collosa tipo quella delle buste. La colla che reagisce al contatto umano. Se li tieni nel passeggino e nell’ovetto e nella culla e gli fai venire la plagiocefalia e la calvizie localizzata sono salvi per sempre, mentre se te li tieni addosso la colla reagisce, chissà col sudore magari e zac, sei fottuto.

Te se’ncolla pe’ tutta ‘a vita er pupo.

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