Di invasioni e rifugi. Del parto in casa.

Nei giorni passati, durante ore di attesa in un reparto di maternità, mi sono resa conto che non avevo mai fatto quell’esperienza. Nemmeno ero mai andata in un reparto maternità nell’orario di visita, quel rituale dell’invasione non mi è mai piaciuto. Non mi è mai piaciuto farlo, ancora prima che riceverlo.

La prima volta che ho partorito avevo vent’anni e avevo messo al mondo senza saperlo un guerriero rimasto troppo poco su questa terra. C’è da dire che avendo vent’anni è difficile che tu abbia visitato amiche che hanno partorito. Avevo vent’anni e me lo ricordo ancora lo shock delle visite, per cui giammai essere io a profanare i primi giorni. Anche se vedere qualcuno fa piacere, anche se lo si fa con affetto, anche se è tanto bello da fuori andare a far visita.

In questi giorni di visite nel reparto maternità guardavo quelle mamme da poco e riconoscevo sui loro corpi i segni del disagio.
Tu passi e loro si voltano impercettibilmente.
Entra nella stanza lo zio del letto tre (sei un numero di letto, non una persona) e loro si coprono con quelle lenzuola pesanti fino a sudare.
Vorrebbero andare in bagno ma non si alzano perché in stanza c’è, che caro a venire, un collega, o un superiore. Mio dio. Gente con cui sei abituata a interagire in configurazione tu tailleur-lui abito blu che si mette il pantalone beige (secondo loro disinvolto come nei loro casual friday), piglia un mazzo di fiori e viene in ospedale il giorno dopo che hai partorito. E tu schiacciata in un letto, mentre loro ti guardano dall’alto. E tu sorridi e speri che finisca presto. Come le violenze. Il corpo delle donne. Il terreno dell’eterno sopruso strisciante.

“Non ce la faccio più, non finiscono mai”

Gente non selezionabile. Vicini di casa, preti, amici d’infanzia, gente che accompagna gente, in un flusso interminabile. Tu vuoi alzarti, bere, dormire, annusare tuo figlio. Mettertelo addosso.
Provare ad allattarlo forse ?!  dunque potremmo metterci così vedi amore, ecco no, così no, aspetta, mi fanno male i punti. Allora di qua, proviamo, dai.
Ecco, ora succhia.
Entra qualcuno, ciaooooooo mamminaaaaaa, coi fiori e i cioccolatini,e tu tirati su, saluta, fai la riverenza.

Ripeti la sequenza per tre ore e poi sentiti dire che il pupo non si è ancora attaccato, che tu non hai abbastanza latte e che devi dargli l’aggiunta, perché se no son guai.

Magari, siccome puzzi o pensi di puzzare e non ti sei riuscita a lavare, e siccome viene la segretaria del capo, allora ti sei messa il deodorante subito prima dell’ora x, prima che aprano le porte, e il pupo non si attacca per quello.

“Ma non sono un po’ troppi?”
“E come faccio? Che gli dico? Poi ci restano male”

Invasione. Non esistono altre parole.

Se ti va bene partorisci in un posto dove puoi tenere il bambino vicino a te ma attenzione, anche durante l’orario di visita, che ho scoperto essere lunghissimo. Anche se i visitatori dicono che sono “solo” poche ore.
Questo vuol dire che un esserino venuto al mondo qualche ora prima si ritrova bersagliato da mille voci, mille odori, mille germi. Perché nessuno ha pietà, il branco prende e divora e tutti devono toccare l’altro corpo su cui si opera sopruso, il corpo nuovo del neonato che se ne sta  indifeso in attesa di segnali rassicuranti. Il corpo della madre, straziato di Creazione, non può che sentirsi fuori luogo, non adatto ad essere guardato. E non lo è! E’ un corpo sacro, va tenuto protetto per qualche tempo, va accarezzato, in penombra, va riconosciuto, amato, ricostruito. Con lentezza.
Il corpo del figlio, che non sa di esistere lontano dal corpo della madre, è attaccato all’unico odore che conosce che deve stare.

Le lampade, sti neonati infagottati, “sa signora, l’ipotermia”, ma dio santo attaccateli al corpo nudo della madre e altro che ipotermia!

Li lavano appena vengono fuori dall’utero, e non sarebbe necessario perché non sono sporchi, e poi li lasciano sporcare delle mani estranee, tantissime, che stropicciano le piccole dita, tantissimi odori diversi che lo confondono.

L’odore nauseabondo dei corpi anziani poco lavati, le colonie, i profumi, mani intrise di nicotina, alitosi da carie, fiati di alcol e sigarette, gomme da masticare, succhi di frutta, caffè, abiti sintetici, lacca per capelli, smalto, olio per il corpo, fondotinta, rossetti, plastica di palloncini, fiori recisi in acqua vecchia non cambiata…

Tutto in una stanza microscopica dove un bambino annusa il mondo per fiutare la sua Casa, sua Madre.

Io.
Io avevo vent’anni, poco più, e oggi so, fortissimamente, che quel parto fu un bel parto perché avevo vent’anni, nessuno mi credeva, nessuno mi sentiva, nessuno mi vedeva. C’erano due tizie che urlavano parolacce durante il travaglio ed avevano, grazie a Dio, tutto lo staff in turno attorno. Io ero stata dimenticata. E quella fu la mia fortuna. O il primo segnale verso i miei numi tutelari.
Il monitoraggio parlava chiaro (???) non avrei partorito prima della mattina successiva, sicuro, però già che sei qui, resta.
Io benedico quel caos che mi ha protetta. Quando da sola ho sentito la testa e ho fatto chiamare, nessuno, nemmeno allora, ci ha creduti, eravamo giovani e avevano deciso che non sapevo partorire.

Invece sapevo partorire come tutte le donne sanno fare a patto di non essere disturbate.

Ovviamente poi mi hanno obbligata a mettermi nella posizione a loro più comoda, a loro, non a me.

“Ma come faccio” “E come fai, ti siedi”

Un abuso di potere. Ah cattiva ragazza, hai voluto far tutto da sola fino a qui? E mo’ ci penso io a rimetterti in riga, a farti vedere chi comanda qui. Con la testa già in vista, siediti sulla sedia a rotelle e fatti mettere sul tavolo da macello, in punizione. Ovviamente mi venne praticata un’ episiotomia non necessaria, come non lo sono praticamente tutte. Non mi hanno nemmeno avvertita, perché tu partorisci, ma quello che succede sembra essere roba loro, stramaledetti. Parlano d’altro mentre ti tagliano la carne. Me li ricordo ancora. Una mutilazione. Una violenza. Se fosse accaduto adesso avrei sporto denuncia. Sono felicissima di leggere ogni tanto notizie di donne che lo fanno. Lo so ancora oggi dove sta. Se ci passo il dito, lo sento.

E invece se passo il dito dove la carne si è aperta da sola per la mia seconda bambina, no.

Lei è nata sul lettone di casa. Le gatte a fare la guardia sulla soglia, come si confà a due gatte di strega. Lui sul letto con noi e le ostetriche attorno, in una presenza costante, attenta e invisibile.

Il giorno del suo compleanno, pochi giorni fa, mi sono stesa lì, c’era la stessa luce, e ho sentito perfettamente che è stato tutto giusto. Non solo, ma ad un anno di distanza vedo chiaramente quanti pezzetti della nostra storia si sono incastrati perfettamente tra loro grazie alla scelta di partorire in casa. Molti aspetti della vita di una nuova famiglia sono manufatti artigianali che vanno rifiniti, smussati, levigati, lucidati, e spesso alcune parti richiedono un lavoro faticoso. Un parto in casa prepara a questo lavoro nella maniera più spontanea. Non ci sono sconti ma non ci sono intrusioni. E’ tutto crudo e luminoso esattamente come deve essere.

Quello che di più prezioso mi pare di vedere è che durante il travaglio io ero proprio io, lui era proprio lui, noi eravamo proprio noi. Il nostro modo di stare insieme, il nostro modo di litigare, il nostro modo di crescere, il nostro modo di toccarci, di fare sesso. Il nostro modo di essere felici e di scherzare.
Tutto mio. Tutto nostro. Di nessun altro.
La sensazione di competenza, di potere, di adeguatezza, di serenità che si produce nei genitori durante un parto in casa è un’assicurazione sulla serenità dei primi mesi di vita di un bambino, e forse anche oltre.

La sicurezza. Io non avevo paura di niente. E non avevo paura di niente perché non temevo di essere aggredita.

Una sicurezza che non è un proclama hippy, è provato che nel parto ospedalizzato si rischiano interventi non necessari anche rischiosi. Non smetto di pensare che in ospedale avrei potuto avere un cesareo. Acque rotte da 24 ore e cordone intorno al collo di solito vengono “risolti” in questo modo. Invece noi avevamo bisogno solo di tempo. Abbiamo seguito la profilassi come da protocollo, in casa. Antibiotico dopo 24 ore dalla rottura del sacco, amorevolmente somministrato appoggiate al tavolone del salone tra una contrazione e l’altra, perché a quel punto io e la piccola avevamo iniziato la danza verso la nostra metamorfosi. E poi il cordone sciolto durante la nascita.

Le ostetriche. Le mani operose ed esperte ma discrete, non me le sono mai sentite addosso ma sempre accanto.

Mentre addosso, da subito, ho avuto Lei. Il prodigio, lo sguardo nuovo e sapiente dritto nel mio. Eccomi qui.

Ogni tanto riguardo delle foto preziose scattate durante quelle ore e non mi sembrano vere. Non credo di essere mai stata più bella di così.
In casa mia, col mio accappatoio. Lui con la futa yemenita. Il tavolo imbandito come per una colazione infinita, come le colazioni dei giorni di festa. Le mie bandierine con le divinità del parto, l’olio di gelsomino, i datteri, il pane e olio.
L’acqua. Tanta. Come in ogni cosa sacra.

Head up

Qua mi vogliono ammazzare.

Sono dal parrucchiere in cerca di stabilizzazione emotiva a base di pensieri inutili tipo la nuance di colore da fare a questi capelli che non sembrano più i miei. Ma niente del mio corpo sembra più il mio. Ho perso vari chili, varie taglie, davanti allo specchio ancora spendo tempo a capire chi c’è là davanti a me. Toccandomi trovo cose che non conosco. Vedendomi di striscio ancora mi serve rimettere a fuoco l’immagine che vedo.
Io arrivo così stanca oggi, stanca delle mie contorsioni. L’urgenza di coprire la ricrescita dei miei capelli prematuramente imbiancati, tra genetica e avvenimenti.
Ho portato il mio libro. Molto poco da parrucchiere tra l’altro. Decidendo
il colore tengo il tempo della musica.
Resto sola, leggo il libro, tengo il tempo. Tengo il tempo, pezzo dopo pezzo. Tengo il tempo, canticchio. Tengo il tempo, canticchio e non riesco a leggere. Le chitarrine, la batteriola, il bassone, la voce a citofono. Incantevole. Il respiro accelera. La voce di Paul Banks e pezzi di testo mi portano quasi alle lacrime.
Mi guardo nello specchio. Nemmeno il viso è ancora proprio familiare. Senza carne sono quasi tutta naso e occhi. Che, dico, vada per gli occhi…ma. Vabbè.
Sono più secca, sono segnata. I chili in meno. Gli anni?! Chissà.

Meno sonno.
Quello conta. Pensano sempre tutti a quello. Solo il sonno
in meno. Ahhh sarai stanca. Si, ma non solo per quello che credete voi.

Gli Interpol. Ma proprio oggi? Con questo peso di essermi messa a guardarmi con il bisturi.
Capisco solo mentre sono ricoperta di brividi insensati che non sto più ascoltando la mia musica. Non sono ancora suoni giusti per Lei. Non tutti. Mi piace arrivare per gradi laddove Lei vuole.
Non ancora. Troppi suoni. Troppo sporchi. O comunque, solo ogni tanto. Lei ha un bell’orecchio e sta esplorando la musica coi tempi di chi deve codificare ancora quelli innaturali.
Io sono una creatura di suono distorto. La musica mia m’ha salvato la vita. Tante volte.
Solo oggi sento il cuore partire e sgrano gli occhi e mi guardo quasi con imbarazzo: ma davvero? Davvero sto per piangere perché è troppo tempo che non ascolto gli Interpol?! Mio Dio.
Ma.
Perché non mi faccio fischiare le orecchie? Perché non ballo fortissimo? Perché non urlo?
Perché mi dimentico.

Mai dimenticare di fare le cose che ci salvano la vita.
Non è tempo di riposare, nemmeno adesso. Non c’è riposo. Sempre a chiedersi altro. Sempre ad esplorare altro. Sempre a darsi tutti completamente al nuovo passaggio iniziatico.
Sia fatta la tua volontà.
Ita est.
Amen.

Ma mai dimenticare.
Soprattutto, mai dimenticare di avere bisogno del rock n roll.

Alla fine ho i capelli più corti che io abbia mai portato.
Ho sempre pensato di dover tenere molto volume in testa per equilibrare quello di sotto. Troppo grossa io per avere testa scarna. Ho sempre pensato che i miei ricci fossero la sola cosa bellissima del mio corpo. Adesso loro battono in ritirata. Insieme al mio seno bello. E mi lasciano a cercare altro.
Così me ne torno a casa corta corta. E un po’ riccia anche, giusto oggi si sono riarricciati, prima di tagliare. Bah.
Me ne torno e mi sento i Deftones facendo ripartire la prima traccia a ripetizione prima che 0:00:00 diventi 0:00:01. Quella lì. Per ridere di quando lo facevo da piccola. A dirmi ancora, ancora come i bambini. E per fare come tornare a casa e vedere quanto è bella quando è da un po’ che non te ne accorgi.

Che c’entra tutto questo con Lei?
C’entra tutto perché per insegnare ad essere felici ci vuole una bestia di mamma Felice.
La felicità, come la libertà, è una forma di disciplina.

When you walk into this world
Walk into this world with your head up

Headupheadupheadupheadupheadup

Qui

L’ultima volta era sarcasmo e non sono stata capita. Anzi no, non mi sono spiegata. No no, proprio non sono stata capita.

Quel tono con cui ti spiegano di non dire mai che sono gli altri a non aver capito ma tu a non esserti spiegato. Avete presente no? Quando è la prima volta? Al Liceo? I più fortunati sicuro si sentono rimproverare così già da prima. Il decoro un po’ borghese di certi codici di comportamento. Interiorizzare che è meglio chinare la testa. Nel dubbio, tu devi dire che è colpa tua.

E giammai dichiarare: ascoltate, no, guarda non avete capito, possiamo ricominciare daccapo? Vi spiego meglio. Ve lo spiego anche perché questa incomprensione mi fa male. Qui. Vedi? Qui.

Tu sai dove è qui.

Tu sai dove è qui perché quel qui fa male anche a te. Costantemente. Perché se di fronte al sarcasmo, madre di fronte a madre, abbiamo bisogno di fare pat pat sulla spalla e compatirci, vuol dire che qui ci fa male, assai, a tutte.

Perché fare pat pat per cose che finiscono mentre accadono e non fare pat pat per quei flussi dolorosi di solitudine? Perché dobbiamo far finta di niente. Perché da qualche parte abbiamo accettato di dover negare quel dolore qui. Perché non appena apri la porta alla dichiarazione di un dolorino qui, apri la porta anche al fiume in piena dell’aggressione.

Sono un po’ stanca. E ti credo, te la tieni sempre addosso.

Non riesco a fare molto. Io con te facevo tutto.

E’ solo un po’ faticoso. Ma se sei sempre tutta sistemata.

Non sto riuscendo a scrivere. Beh dipende da te. 

Perché ci hanno insegnato a rimanere in superficie. Perché ci hanno insegnato a dire “non mi sono spiegato”. Perché empatia è una parola abusata e sconosciuta. Perché nessuno di noi è stato cresciuto in maniera tale da poter imparare a dirsi. Perché tutti sappiamo litigare e urlare ma nessuno sa mettersi uno di fronte all’altro dicendosi: allora, io sento dolore, mi hai procurato dolore facendo questa cosa, e se l’hai fatta forse è perché io stessa ho procurato dolore a te. Mi fa male qui, da quando mi hai detto quella cosa, puoi per favore vedere di fare qualcosa con me per rimediare?

Io penso ai bambini che siamo stati. A tutte le volte in cui non siamo stati capiti e abbiamo soffocato quella necessità di spiegarci dentro il senso di colpa che veniva dal non sentirci degni di soffrire per una “cosa così sciocca”. Per quelli come me a cui era stato attaccato il cartellino con scritto “bambino ipersensibile” e che quindi venivano un po’ liquidati frettolosamente, da tutti, difettosi. Difettati quasi nel materiale di produzione, troppo fragile, pazienza, si romperà. E ti romperai, se decidono che sei destinato a romperti.
Quelli poi cresciuti a farsi la scorza impenetrabile e a sentirsi poi sempre dire che tanto ce la fai. Senza un briciolo di rispetto per quella fatica di bambino. A dover risalire la trincea ogni volta. A sanguinare di sangue invisibile. A sentirsi dire “tanto poi passa”, a sentirsi fare pat pat sulla spalla senza essere.mai.visti.

Io penso che in tutte queste storie di correnti di genitorialità una sola cosa conta: vederli questi bambini. Guardarli. Mettercisi di fronte e cercare di capire chi siano. Chi sei?

Ti fa male qui oggi? Mh. E’ capitato anche a me, senti. Qui. Vieni, vieni. Mettiamo vicini questi qui, qui.

Voi lo sapete dove sta. Cosa è successo a quel posto prezioso di bambini che avevate. E se ne avete fatti, di bambini, un dovere avete: curare il vostro qui, anche per i loro qui. Che sono preziosi.

Il sole fuori ovvero Esercizi di stile

Certe giornate iniziano ancora alle tre di pomeriggio, anche se non a causa di ore piccole e hangover.

Mi rendo conto troppo tardi, forse, che fuori c’è una giornata miracolosa che scorre sopra al mio colpo della strega o simile, sopra al mio mal di testa, sopra il nervosismo raro e feroce di Lei, alle prese con l’esigenza di stare in piedi anche se è presto e col fastidio del primo dente in progressione lenta e furiosa.

La casa è un susseguirsi di tracce di operazioni mie, necessarie e ridotte all’osso, alle quali si accostano le operazioni sue, altrettanto necessarie ma esuberanti ed esplosive. Io mi lavo, lei svuota i cassetti e ciuccia la mia coppetta mestruale. Io appendo vestiti, lei usa un amplificatore sansui degli anni 70 come pannello attività e lo butta a terra circa venti volte. Si spaventa. Piange. Io mi pettino, mi trucco, lei mangia carta igienica. Io rispondo al telefono, lei apre e chiude cassetti, chissà dentro quale si chiuderà le dita.

Ma fuori è bellissimo. Corri, dobbiamo uscire, presto, guarda che sole. Dai facciamo che ci dimentichiamo tutte e due di che giornataccia è ed usciamo.

Ho la schiena spezzata, sono stordita di stanchezza. Sono, come raramente lascio che accada, vestita con le stesse cose che avevo nel letto stanotte.
Armiamo la resistenza. Metto una bella gonna, di lana, credo che morirò di caldo, ma non vorrei chiuderla nuova nel cambio di stagione. Mi pareva mi stesse male, che somigliasse troppo alla vecchia me, ed è così infatti, per questo non la metto mai ma pazienza, qui oggi è un’emergenza.
Cipria, kajal, mascara.
Lei insegue le gatte, svuota tutto quello che trova, scuote tutto quello che trova, torna, mi si aggrappa, si lamenta, accenna maammmma quando ha bisogno di aiuto.
Predispongo tutto quello che mi serve, contrasto l’insofferenza di lei con canzoncine e conversazioni di una tonalità sopra quella normale per blandirla, ripeto le sue sillabe.
Siamo quasi pronte, fuori c’è ancora il sole, ce la possiamo fare.

Come direbbe la mia amica Tamara: ti piace così?!

Ti piace il post medio della mamma online?

Dolente, tremante, ardente

Stamattina acqua bollente e Marlene Kuntz a gridare e a lavare.
Che tutti i beata te e i te lo
puoi permettere e i puoi fare così perché hai i soldi e i non ti manca niente e i sei stata fortunata. Sei stata fortunata.

Che tutta sta roba cui lascio lo spazio per ferirmi è lercia e la mia lotta splende e quello che ho è guadagnato.

Che a tutti arriva quello che si può essere in grado di affrontare. E chi balla, ballerà. E chi guarda, guarderà.

So so so sonica

Svegliarsi e trovare iridi splendenti, le più pulite al mondo, e lì dentro piangere la gioia di questa strada che ancora mi fa tremare le vene per quello che si è dovuto fare per arrivare fino qui.
E ancora avere attimi in cui tutto quanto ancora è troppo grande da portare.

È certo un brivido averti qui con me In volo libero sugli anni andati ormai.

Passo le giornate a mangiare nocciole

Non sei ancora tornata a lavoro.

Stai a casa con la piccola.

Come passi le giornate.

Scegliete pure voi la punteggiatura, se interrogativa o esclamativa. Il risultato cambia poco. L’assoluta impossibilità di pensarsi e pensare l’altro fuori dal lavoro. Chiunque non lavori, o si sia preso una pausa, è un ignoto di tempo da spendere. Se hai un figlio che non va al nido allora sei oggetto di tiranneggiare da parte del piccolo despota. Dio. Che. Noia.

Dunque se non vai a lavoro allora stai a casa con la piccola. Oddio, a dire il vero no. Cioè si. Qualche volta, spesso. Poi anche usciamo. Spesso. Facciamo delle cose. Ne facciamo parecchie a dire il vero. Più o meno come tutti: faccio molte cose, ne vorrei fare di più, questo spesso causa una sensazione di frustrazione per quelle che avrei voluto fare e non ho fatto.

Perché, voi non ce l’avete? a me pare di ricordare, della mia vita PRE, che ne avevo a secchiate di questa sensazione qui.
A dire il vero, ce l’ho meno adesso di prima perché anche se io stessa sento che il tempo solo mio  (anzi tempo-per-me è la dicitura standard) esiste poco, sento anche che non so bene che farmene di tempo solo mio quando il tempo condiviso con Lei è questo tempo che non tornerà un’altra volta.

Non è solo il tempo (seppur sacro) dell’accudimento.
E’ un tempo che da fuori sembra tutto uguale: stai a casa con la bambina è il perfetto racconto dell’immobilità percepita di questa situazione che invece è sempre in movimento. E’ un tempo che ha tempi sempre diversi, un tempo che ha dei cicli che sembrano infiniti e invece sono tempi piccolissimi. A nove mesi di distanza dalla sua nascita ho attraversato già tantissimi cicli che sono minuscoli visti da qui, ma che mentre accadevano erano un presente che sembrava non poter avere fine.
Funziona così.
E come nell’innamorarsi, è tutto presente proteso al futuro ma che non si perde nel futuro, resta qui.
Non è solo tempo dedicato a. Non è solo donarsi a. Non è solo sacrificarsi per.

Mi è urgente dire che, di fatto, questo tempo è un tempo per se stessi. Uno dei tempi che può essere anche per se stessi, che dovrebbe esserlo.

Se. E solo se. Ci si concede di stare in quel tempo.

Poi mi chiedono come passo le giornate adesso che non lavoro, se mi mancano gli adulti, se voglio riprendermi il mio tempo, se vorrei farmi un aperitivo alcolico e ,oddiomio, il vuoto. Non si possono dare risposte intelligenti a domande banali, mi pare.

Mangio nocciole.

Mangio queste nocciole tostate perfette. Non sono buone, sono perfette. Chissà che nocciole saranno. La Tonda G
entile del Piemonte? Tonde sono tonde, tondissime. Gentili son gentili, gentilissime, di una gentilezza rara. Saranno nocciole dei Cimini? Chissà. Le nocciole sono sempre piemontesi, o di Viterbo. Devo ricordarmi di chiedere il nome del fornitore ai miei amici dell’Emporio, mi serve perché credo di dovergli mandare pensieri di Gratitudine mentre le mangio.

Un morso di cioccolato fondente e una nocciola. La sera.
Una nocciola e un grano di sale. Il pomeriggio.
Una nocciola prima del caffè. Una nocciola dopo il caffè.
Ne mangio davvero tante, nocciola dopo nocciola, ne ho finito un sacchetto in meno di due giorni.

Mangio nocciole. Passo le giornate a mangiare nocciole.

E il terzo giorno giunse la Paura, a fare il mio dovere.

Somiglia un po’ ad un’attesa di Solstizio questo stare qui, chiusa, avvoltolata nel tepore. Ad essere calda, col freddo fuori. Ad essere riparo per Lei che sta male. Faccio da riparo a Lei che sta male, ma per fare questo sono più vicina al mio buio, alla paura, alla fatica.
Questo stare chiusi in sé, anche se sembra un momento di maternità assoluta, apre i mondi sotterranei. L’inverno porta giù. E il Solstizio arriva col suo strappo: sembra l’inizio dell’inverno e invece è il ritorno della Luce. Porta Luce ma miete vittime.

Somiglia ad un’attesa di Solstizio questo stare perché siamo semi nella terra umida, e aspettiamo il Sole.